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giovedì 12 dicembre 2013

Il mare vuole i fichi

Parlare del verde
Si occupava di risolvere cruciverba, aveva un’ impetuosa e bestiale passione per le parole.
Amava accostarle in versi, costruire torri di lettere, alla rinfusa e poi le lasciava dolcemente cadere, facendole scorrere come delle gocce d’acqua su una ruvida scorza di limone.
Riusciva a trovare un posto a sedere solo negli angoli, detestava lasciarsi scappare le plurime prospettive, che avrebbe spalleggiato trovandosi al centro, in qualsiasi luogo e aveva sempre quell’odore acre di poesia, pungente, che la rivestiva come una cipria bianca.
E anche se appassiva, la maggior parte del tempo cercava di sfiorare le prepotenti tracce di vita che le rimanevano, si afferrava con tutta la forza che aveva, senza lasciarsi trascinare, spingendo, alla maniera di Sisifo le sue indecomposte memorie. La maggior parte del tempo le bruciavano gli occhi, detestava non riuscire a piangere: cospargeva, per questo bizzarro motivo, la congiunta di quel liquido disinfettante che lascia sempre qualche riserbo sulla palpebra. Solo per sentire la sensazione di qualche cosa che cade, che le sfiora il viso e sembra appartenerle.
Non che fosse particolarmente attratta dalle illusioni, ma sforzandosi di sopravvivere, non poteva escludere dalla sua vita quella penuria dei sensi che il corpo regala dopo che si grida, respirando per la prima volta. E camminava davvero lentamente, mettendo un piede davanti all’altro, con una precisione imbarazzante, cercando di tracciare linee che il suo folto disgusto tracciava tra le pozzanghere nei giorni di pioggia, cercando, con la foga di un bambino, di imbrattarsi i pantaloni di fango. Solo per lavare via e dimenticare ciò che era sporco. 
Se dovessi ammettere qualche sua colpa, le imputerei la piena coscienza: quella di esistere, di essere qui e di non riuscire a smacchiarsi dall’inconsistenza delle reazioni.
Con morbosità  e convinzione stabiliva d’essere: qualcosa.

Artisti di strada
La riconoscenza con la quale guardò quella signora che le vendeva un cappello, era strana. Non poteva sopportare di sentire ancora le sue orecchie intorpidirsi, un poco per il freddo, uno poco per la cattiva musica che passavano da qualche buco li nei dintorni. Aveva sempre pensato agli uomini come a una razza privata del proprio avvenire: tutto ciò succedeva con costante ed ingenua ripetizione quasi ogni minuto. Che cosa avrebbero dovuto scrivere su di una agenda, se non che sarebbero potuti morire? Si mangiano i secondi, che mangiano loro stessi e così si deglutiscono tutti per intero, con l’orologio regolato al polso.
Si infilavano in quei buchi sotto terra per non sentire il freddo che gli congela le ossa, e la grancassa che gli spinge tutta la carne dalle orecchie, li restringe, quasi gli togliesse dello spazio. Le fognature del mondo: al caldo, in piedi, con le suole delle scarpe appiccicate a qualche foto di cantautore d’epoca. A deglutire schifezze che gonfiano la  pancia d’aria, che argutamente sputano con una boccata di sigaretta.  E poi iniziano a toccarsi, si violentano, epidermide contro epidermide, livido dopo livido: solo qualche millimetro di tessuto sintetico zuppo di acqua e sale.
Ma non ti ricorderai più niente! Bruciami, bruciami: togliti i propositi con il filo interdentale e dimenticati che non ti stanno guardando. Davanti allo specchio sei solo un gorgo di vuoto, per quanto tu possa continuare a sussurrarti il tuo nome, non riuscirai mai a darti significato.

Le zuppe calde, riempiono i polmoni di polmonite alveolare. Al ristorante è comunque in strada perché apprezzare è redenzione. Preferiva andarci da sola, almeno non era costretta a tenere la bocca chiusa per educazione.

mercoledì 4 dicembre 2013

Orazione sconsolata (a metà novembre siamo a fine novembre)

Il fanatismo. Il fanatismo di chi smette di fumare, il respiro pesante alla seconda rampa di scale, come quello di chi fa sesso per la seconda volta in una notte senza finestre. 
Qualche ora dopo
Il profumo della Chesterfield Blue appanna i vetri della camera, soffoca l’aria: allora moriremo di freddo. La finestra è in alto, per impedirci di guardare fuori: cinque mura di una camera per distinguere la notte dal giorno, le ore dai giorni.
La cenere è il mezzo migliore per lavare le lenzuola, per levare le colpe, per sintetizzare con qualche anestetico lo sgomento da smog di città. Una sottile riga l’attraversa, ma è superata dalle parallele: per numero. Il moltiplicando è il dividendo, solo da una prospettiva che vedo da un binocolo, la visibilità è sfocata dal riflesso del sole di una giornata di pioggia.
Siamo già al filtro. Sono al filtro.
Tenue arancione partenopeo.
Il fumo è l’oro. Il fumo non è loro, posso confondermi senza farmi trovare.
Il fumo è intenso.
La sigaretta è spenta.
La sigaretta è un mezzo.
Il fruitore dell’arte dovrebbe morire e con esso la dialettica sclerotica del novecento. Del novecento primitivo, dei milioni del secolo ininterrotto. Degli stralci d’opinioni che trascinano l’oppio. Il populismo, il populismo del novecento deve morire e con esso la dialettica del rapporto. I fiori devono perire. Gli esseri umani devono perire. Le cose devono perire. Perire, decadence, differance.
Le mani screpolate. Le bolle del detersivo per piatti. I cocci di coscienza e la blasfemia del suo apparirsi e schernirsi e nutrirsi di piccole e grandi gioie che sono solo bolle del detersivo per piatti. I crocifissi sulle quali appenderemo i punti della vita che abbiamo visto crescere (deridendoli con sarcasmo),
della vita che è al filtro,
della vita che è spenta,
della vita che è un mezzo. Che premerò con prepotenza contro il fondo sudicio di un posacenere.

LUCE A CORIANDOLO
Mi piace che ti stai divertendo. Mi piace che stai bevendo. Mi piace la tua vita anche senza di me.
Solo alla sesta sigaretta, in quaranta minuti, realizzo che forse mi piace più scrivere che pensare.
Mi disgusta a volte parlarti di me, cercando di arraffare una prospettiva oggettiva e di propormiti come oggetto, scevro da qualsiasi contaminazione pseudo-artistica tenti di appiopparmi.
Mi piacciono i salici piangenti e le fronde che accarezzano il cemento, erodendolo e mischiando un poco di verde a quel grigiore che non ci siamo neanche granchè meritati. Le interpretazioni ed i fatti. Esistono solo fatti, interpretati: sto ancora bevendo acqua, per questa sera il mio fegato sarà bianco sporco. Delle linee che ci dividono a metà di via Mascarella.
Paraffina liquida è le parole che non capisco: un buon sapore, mischiato a quello della neve che non cade da gennaio scorso. Succube del proibizionismo capitalistico a cui soggiaccio, scegliendo autonomamente  la pala, il padrone, la siepe.

A dicembre sarà un anno, un anno di contamino. 

giovedì 12 settembre 2013

Non ho abbastanza fantasia

Mi hanno detto che dovrei svegliarmi prima, il mattino, per godere di quell’incesto che fanno le foglie quando si posano sul terriccio umido, inghiottite dalla fame della natura: infondo sono solo in prestito.
Hanno pianto, tutti in piedi intorno ad un letto, il lenzuolo bianco calato fino alla testiera del letto, attenti a non vedere ciò che per una vita abbiamo tentato vanamente d’adornare. I contorni che si rivelano umani, uno strano gioco di forme, l’intuizione, la consapevolezza che un corpo morto non può respirare. Le parole che si sfumano, tolgono la carta da parati con le unghie, ci sono cocci di bottiglia che continuano a cadere dal soffitto e non ho mani per proteggere la nuca. Quali bisogni ci sono? Quale retorica sorda si è impossessata del viso di quell’uomo che non riconosco più. Dicono che le rose siano forse il fiore più pregiato, ti regaleremo allora un mazzo di rose rosse. La prima, l’ultima, nota che abbiamo sentito insieme, il fragore di quando due voci intonano lo stesso tono, solfeggiando l’aria dell’estate che si sta per spegnere. È autunno. Sarà inverno. Forse non per noi. Sarà domani, e dopodomani, e ancora, e ancora, conteremo i minuti che mancano al viaggio a cui ogni giorno siamo costretti a pensare. In quel giorno voglio solo confondermi con le foglie, cadere a terra e in un orgasmo essere inghiottita nella profondità del suolo.

Armi contro: lettera ad un infame, lettera alla fame.
Demiurgi di se stessi. La passività del contatto con Altri. Ubiquità.
Sprofondo nella folla. Hanno gambe troppo grosse per poter volare via, una mole onerosa, ancorati alla bestandigkeit della loro lucida insipidezza. Contro chi vorresti armarti se non contro il riflesso di te stesso, le spalle contro il muro.
Quanto posso reprimere quello che ho dentro, quanto posso mostrarmi forte davanti a me stessa. Dopo un sorso di birra guardarti allo specchio diventa la porta per conoscere il mostro.
Abbandonati a. Odio la tua presunzione, la tua scarna consapevolezza del lato medio della vita. Vivido scarto di vita che ho tra le dita, come polvere torneremo ad essere polvere. Quanto è strano, non riesco a percepirmi, non riesco a leggermi dentro, conosco tre lingue, ma non riesco a parlare con me stessa.


A gara, a chi sale per primo sul tram. Abbiamo solo altre centottantatrè fermate, prima di poterci dichiarare stanchi, di decidere di smettere e morire come i cani in una città di cemento, dietro un muro che puzza di piscio.

mercoledì 31 luglio 2013

Kandinskij could have told that I’m a green square

Following the emptiness,
drinking NaOH.

Spinning injuries
on my fancy death shroud.

Leaping along the reef,
searching a sunlit end, I conjure leisure,
looking through his holed throat.

I sit on a purple sofa

watching my hanged reason. I finally 

fleer.


domenica 21 luglio 2013

Non tagliare i capelli è tenersi tutto addosso, perché stendersi con il dorso a terra significa poter guardare tutto il cielo in una volta

Sento di dover spingere più forte in questa corsa, dove l’equilibrio sta forse nell’avere i piedi sospesi in un burrone. Forse ho bisogno di sentirmi trascinare per rimediare al gusto tipico dell’esistenza con un sorso di liquore amaro, sentirsi pizzicare la lingua fa forse parte di questo selvaggio masochismo che l’uomo deve possedere per scartare se stesso.
Ho pensato che avremmo dovuto fare l’amore almeno quattro volte per sentirci davvero stanchi e riuscire a dormire senza avere la possibilità, allungando la mano, di afferrare i cattivi sogni. Ho pensato che avrei dovuto consumarti per poterti odiare davvero. Spazi così piccoli possono trattenerci, soffocandoci, anche per più tempo di quanto, meritocraticamente si potrebbero guadagnare.
Tu che mi stringi significa appartenere alla vita, sentire il tuo profumo che non si leva dalla mia pelle è l’appartenere a quella parte consapevole di mondo che ama i vuoti d’aria sui polmoni.
È l’oro sulla tua pelle, al buio, che mi isola dal mondo, d'altronde si sa che gli uomini amano le cose preziose. È l’oro sulla tua pelle che non si toglie dalla mia testa, è l’impossibilità di poterti trattenere, forse, a renderti così vivo, ora. È l’oro sulla tua pelle quello che desidero, mescolarmi, divenire oro anch’io, almeno per otto secondi, con la tua mano sulla mia bocca per sentire che le sostanze più preziose, emettono gemiti.


Orgasmo: intrufolarsi in se stessi per qualche secondo.


Aggrediti dal tempo

Che cosa posso raccontarti oggi che si esima dall’esser ripetitivo? Che cosa sarà un diario, un cuore messo a nudo, che cosa significherà raccontare di se stessi a qualcuno che non ti ascolta, che cosa significa abituare la propria vita a cucire la lingua al palato.
Il tempo è incomunicabile, il mio essere è incomunicabile, forse riesco solo a conoscermi meglio, affogando me stessa negli sconosciuti, alla ricerca di qualcosa che non potrò trovare, nemmeno tra le pieghe più profonde di una parure di lenzuola rosse.
Ti presterò il mio sentire, solo perché ho bisogno di stare alla larga dalla mia inquietudine, ti presterò i miei occhi, per smettere di vedermi, di provare pena per me stessa.
Quanto vorrei reincontrarti, senza casualità, magari sotto una fontana, un pomeriggio caldo, torrido, a rinfrescarci, un tuffo l’uno nell’iride dell’altra. Quanto vorrei appartenerti ora, quanto vorrei potermi salvare, possedendo anche solo una misera goccia del tuo ricordo.
E piano piano svanisce, i tratti del tuo viso diventano scarni, quasi come se soffrissi di un’anoressia della forma. Dove spariscono i tuoi occhi. Eppure non posso dimenticare la sensazione che ho provato davanti a tutto questo. Come se non ti avessi mai toccato, ma fossi cosciente della tua esistenza.
Vorresti smettere di esistere? Prendimi per mano, iniziamo a vivere, partiamo da li, da quel lembo di terra bruciata, dove è oramai secca, dove non cresce più nulla. Arrampichiamoci ad un albero e fingiamo di toccare l’orizzonte, anche se credimi, con gli occhi possiamo mangiarcelo.
Diventiamo acqua, l’uno per l’altra, diveniamo tutte le nostre possibilità, in due è più difficile, ma sembra passare più in fretta.
Aspetto una tua lettera da più o meno ogni secondo. Aspetto che tu scriva quello che scrivo io, aspetto di potermi trovare in te, aspetto te, aspetto me? Sento con ansia come mi stia divorando dentro, l’attesa ogni minuto è capace di portarci via.

domenica 7 luglio 2013

Postularsi

Come stringi forte quel bicchiere, come se potesse scivolarti repentinamente dalla mano destra, come se qualcuno potesse arrivare e levartelo d’improvviso.

È come fare l’amore, possedere qualcuno o qualche cosa, meno che se stessi.
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Tornando a casa, dopo una serata turbata, ripenso a come è gradevole sentirsi accarezzare i bordi del cuore, come dei merletti che fuoriescono e tu, l’unico che poteva cogliere quanto erano distintamente graziosi. Non trovarti pronto a sfidare la gravità, spingendo via la porta, convinto che una lastra di vetro non sia in grado di impedire l’aggregarsi di sostanze. Eppure salgo le scale da sola, ammettendo di aver sostato per circa quaranta secondi nell’atrio.

Quanta compassione dobbiamo avere di noi stessi se cerchiamo le carezze delle bocche altrui, i baci delle scapole col letto d’altri e riusciamo a detestarci solo quando, nei grandi magazzini, comperiamo specchi.

La noia, che altro potrebbe rappresentare se non la contemplazione dell’individuo con se stesso. Dopotutto fissare il vuoto non ha mai salvato nessuno.
A meno che non si creda alla storia della farfalla.
Io credo che l’umanità sia stratificata e suddivisa e morta. L’unica parte cosciente che possiede è quella incapace di applicarsi, deve per forza, nascerne a discapito una seconda, capace di sostituirsi al primo salto amatoriale della coscienza autonoma.


Divisi in pezzetti dicevano. Un poco qua, un poco di la:  briciole dicono, ma sparse ovunque.

lunedì 24 giugno 2013

Retori davanti ad uno specchio, che con sofismi si ricoprono di creme. Planimetria delle cure palliative

             Un paio di scarpe appese per le stringhe, in aria. Cosa stanno a significare?
Abbiamo forse riconquistato la libertà di credere, di crederci, di guardare in alto?
Abbiamo riconquistato forse il vizio di sorridere?

Entrare e uscire, sono davvero due cose diverse? Non sono forse intrise entrambe del lezzo dell'illusione?

Sei mesi o forse sette, che importa, quando devi voltare il tempo? è il tempo, esiste?

Posso fermarmi qui?

domenica 5 maggio 2013

Felicitazioni


Felicitazioni ai tanti che discorrono,
trascorrono e
non distinguono il loro mare.

Quanto mi sono sottratta
per non privare gli altri di se stessi,
accovacciati a testa in giù
che deglutiscono il proprio piscio.

Ai fiori e agli amori,
agli effetti della mia masturbazione
di cui si innamorano. Profumo,

che ho aspettato sveglia la notte,
al giorno che mi nauseavano i crisantemi,
i boccioli marciti.

Previa autolesione nello scoprirmi,
vestita di cancri,
interpreto la purezza delle tue rossastre intenzioni,
morbido e lento.

Afasici mugolii: io dentro te
e tu dentro di me a pulire coi buoni propositi
lo strascico di vita naif che porti all’anulare.

Aspettarsi per raggiungersi,
credo ancora di potermi salvare,
se annegandomi,
tornerò al gusto asciutto di sale per rivederti
                                                               [solo.

Viva,
 viva gli sposi.

mercoledì 27 marzo 2013

Le carogne

Incipit: che cosa imparare da se stessi, se non se stessi?

Poema in cinque parti

(Parte prima e previa senza ordine di tipo grafico, logico e cronologico)

Trascino stanca il crespo corpo che
Comporto: ridere di me. Biasimo
Chiunque voglia prendersi la foce
Del mio malvestito ego corroso.

Volente ritirarsi da esso, sé,
odora di muffiti propositi:
stenta a sentirsi parte di uno.

Mi sopprimo un poco per giorno,
pregando di evaporare, senza
ritegno, per diffondere nell’aria.

Tu, cercandomi, torturi stupide
Mappe di nazioni che non conosci;
seda le tue paranoie togliendo
dalla castra nuca i sordi occhi.

Sola et penosa. Mi pento di non
Essermi presa cura delle carie
Che mi seducono, affogandoti.

Guarda come ci osservano! Siamo
Palpeggiate come bestie in fiera!
 Come godono dei  nostri pallidi,
Religiosi incarnati biancastri!

E tutte ansanti,  in girotondo
con permalose danze mi sentono
Vicina a sé, senza accorgersi che
Il loro putrido alito puzza
[di morte.

lunedì 11 marzo 2013

Parafrasi da taschino


Ogni qualvolta mi ritrovo a pensare di me stessa, noto, con sfrontato disappunto la tua presenza, insidiatasi tra le pieghe della mia piccola vita. Come è possibile vivere di ombre? O come è mai possibile vivere paragonando il presente con qualcosa d’assoluto, di più alto, con qualcosa di… vero? Non mi sforzo forse di condividermi abbastanza per poter provare quel che con te era solo un piccolo protrarsi, di spalle, addossata ad un muro bianco e freddo? Un angolo del mio disimpegno, un insignificante morso della mia prematura ansia di essere.
Ostacolo alla mia realizzazione o forse ancora a cui aggrapparmi quando le indicazioni saranno smarrite, quando cercandomi in un caos di pure forme ritroverò il tuo spettro pronto a trascinarmi con sé. Il tempo però fugge, non si comandano gli istinti della voglia, essa è per sé, distante dalla mia cocente razionalità e soprattutto distante da te, sfondo poco uniforme della mia sdentata coscienza. Licenziosità e quante altre cose, gli esempi di ogni giorno. Perdonami (a lui) se ti paragono ad un esempio o se a tale mezzo ti avvicino, ma che altro potresti rappresentare ora se non la vacuità della tua stessa assenza?
Ho riflettuto, ma non sono abbastanza agile per arrampicarmi alle possibilità, per afferrare, lasciandomi cadere, quello che veramente cerco. Ho convissuto con i buoni propositi, ma loro vivevano in altre stanze, e la notte, ascoltandoli rannicchiata, sul bordo del letto sprofondavo nei gorghi della mia velata inquietudine.
Che cosa ne sarà di te? Che cosa ne sarà invece, di noi? A quanti racconterai di me e di te, e quante volte, osservando il sole ad occhi nudi proverai l’abisso che hai provato allontanandomi?
È come se ti guardassi svanire lontano, causa la mia miopia, tra le foglie già verdi di quegli alberi, e tu a piantare nuove possibilità per l’unica possibilità a cui hai mai creduto |non smarrirti|.

mercoledì 6 febbraio 2013

Le calunnie dei grandi. - E chi sono questi grandi?- chiese sovrastato dall’ombra di un ippocastano.


Premesse a una possibile (infattibile) autoconvinzione delle quattro e quindici minuti precise.

Quando è che si diventa grandi? Quando succede che si smette di pensare da “piccoli”?
Quando il primo contatto con qualcosa che non si riesce ad abbracciare fa capolino, un mare magnum di dove mi trovo, chi sono, che cosa sto facendo? Tensione. Tensione verso qualcosa che non esiste, non si tratta di desiderare, è solo sentirsi mero agglomerato di se stessi: non ho nulla da dirti, devo solo parlarti di questa  grande nuvola di fumo che ogni giorno mi affligge.
Che cos’è diventare grandi? Spazzare via le angosce turbolente che si hanno da ragazzi? È solo una fase, il mondo è davvero diverso, più grande, più comprensivo di quanto non sembri?
Che cosa dovrebbe farmi cambiare idea riguardo a tutto ciò? Forse la mestichezza che ho acquisito nei confronti  della miseria della natura umana. Farò un viaggio, un viaggio per cercare me stessa. A che cosa serve cercarsi in giro per il mondo, se non riesco a sollevare lo sguardo davanti ad uno specchio? Che cosa voglio far credere a me stessa? Che ci sono esperienze che possono cambiarmi, è questa faccia evoluta che voglio vedere ora?
Quando viaggio e mi guardo attraverso gli specchi del mondo mi vedo sempre un poco più brutta: profonde occhiaie scavate, occhi rossi, pallore, grassezza. Non è che forse riusciamo a percepirci più marci di quanto non sembriamo nell’aleggio delle costanti riproduttive causali?
Forse sono davvero brutta, forse non esisto che al di là di uno specchio oggettivo, che è quello del mondo, davanti al quale nemmeno la più caustica delle autostime riuscirebbe a reggersi.
L’occhio indagatore della tua coscienza, sentirsi infallibili: io non ci ho mai creduto, percepisco la fragilità dentro le mie ossa, il loro continuo  oscillare instabile: riesco ad addormentarmi con lo scorrere del mio flusso sanguigno, al crepuscolo dell’ultima riga, solo che fino ad ora ho vissuto in capoversi.
Quante domande, quante afflizioni: che cosa sono io? Dov’è la mia intenzionalità?
Sapete che cosa succede? Succede che io non ci credo, non voglio crederci, tutto questo organizzare, programmarsi non fa per me. Ci sono condizioni a cui dobbiamo sottostare a cui, in realtà, non dobbiamo sottostare. Non esistono obblighi, ma esistono coscienze plagiabili, deboli, illuse. Non voglio perire sotto me stessa, ho bisogno di… aria.

mercoledì 23 gennaio 2013

Discromie del linguaggio derivate dall'incapacità di vivere ( o sorgere dagli abissi)


È forse l’intensità il nocciolo di tutte le questioni. Essa non si pone forse come elemento onnipresente? Non è forse la sua propria natura che cerchiamo ogni qualvolta tentiamo di assaporare un qualcosa? E non parlo solo del piacere, ma anche del dovere e delle rispettabili responsabilità da esso prescindibili. Quando l’uomo, nella sua naturale, spontanea ed instancabile promessa verso se stesso di raggiungere un obiettivo, egli mira appunto a convergere ad esso mediante l’intensità. Intensità come grado, ed intensità nel puro significato del termine come adempiuta totalmente, nel suo massimo grado e quasi assente di tale caratterizzazione simbolico-funzionale. Appunto l’intensità diventa la realizzazione del prodotto di una idea che si identifica allora con intensità pura.

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Intensità d’intenti.
Soffocare tra le rime baciate di una coreografia di danza soul.
Je veux. Io voglio scrivere. Desiderio cosale.
Sta tutto qui dentro, sforzati. Immagina come siano le tue candide dita a sfiorare gli accordi di questa chitarra divina, un violino in sottofondo che accarezza i capelli al vento. Siamo sulla scogliera di una spiaggia ad assaggiare i reciproci desideri, fraintendendoci un poco a volte, ma amiamo così intensamente appartenere l’uno alla memoria dell’altro. E allora in punta di piedi, sopra un cuscino d’erba griderò il tuo nome alla mia coscienza.
Chissà se tu proverai mai a sentirmi, o se forzerai il mio peso come su un ronzante letto di mosche, chissà se mi farai rotolare giù dai tuoi occhi, ancora una volta. Almeno una volta.
Non ho dimenticato la tua assenza, non posso ricordare l’inverso, poiché sarebbe stroppo straziante nutrirmi di ciò che non esiste. Sei la mia anoressia più sviluppata, o forse sei parte della mia bulimia mentale, un ricco cesto di buoni propositi accuratamente coperti da uno strato di velina trasparente.
Ti osserverei, passante, se sapessi che i tuoi occhi tentassero di evadere tanto quanto i miei, ma dalle sbarre della tua isolata prigione tu tenti solo di prenderti un pezzo della mia anima straziata.
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Chopin, all’ombra della mia stessa inettitudine. Abitudine.

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Non rifletti mai sul senso del tuo essere qui?
Che cosa mi spinge all’inazione? O piuttosto che cosa non mi spinge?
Che cosa manca dentro di me per farmi essere qualcosa in qualche momento, non desidero forse le cose che immagino, e non sono forse esse frutto di quello da cui inattivamente mi separo? Che cosa mi divide dalle mie ambizioni, che cosa mi separa da ciò che vorrei vivere, anche per così piccolo che sia, che cosa mi priva di me stessa? Definire qualcosa, significa determinare ciò che è oppure specificare la sua natura anche in ciò che sarà? Quando parlo dell’oro, intendo per ora anche quando sarà fuso con altre sostanze, o meramente per definizione ciò che esso è ora? Perché altrimenti la mia identità sarebbe suscettibile di ciò e la sua vuotità equivarrebbe a definirmi. Vacuità e vuotità del mio io, meramente pensante e inagente. Sono davvero ciò che faccio o costituisco anche quello che penso vorrei fare/essere?
Kant smembra Cartesio, pensando al denaro, ma smentirebbe anche il mio credo in questo preciso istante? Tralasciando il fatto che lui si assenterebbe dal punto di vista fisico.
Allora unione di corpo e spirito (che poi se questo spirito mai lo abbiamo visto esso è un capriccio linguistico meramente riconducibile a funzione/sostrato del corpo) sono me, ma in che senso spirito?
Cioè ciò che penso vorrei essere sono io? O sono questo fisico ensemble di stracci? Non vi sembra forse che questa sia l’epoca del mostrarsi, ma non mostrarsi a sé, forse perché a me non ho davvero nulla da mostrare. Forse perché nell’apparenza possiamo ficcarci l’illusione.
Deracinè.