Parlare del verde
Si occupava di risolvere cruciverba, aveva un’ impetuosa e
bestiale passione per le parole.
Amava accostarle in versi, costruire torri di lettere, alla
rinfusa e poi le lasciava dolcemente cadere, facendole scorrere come delle
gocce d’acqua su una ruvida scorza di limone.
Riusciva a trovare un posto a sedere solo negli angoli,
detestava lasciarsi scappare le plurime prospettive, che avrebbe spalleggiato
trovandosi al centro, in qualsiasi luogo e aveva sempre quell’odore acre di
poesia, pungente, che la rivestiva come una cipria bianca.
E anche se appassiva, la maggior parte del tempo cercava di
sfiorare le prepotenti tracce di vita che le rimanevano, si afferrava con tutta
la forza che aveva, senza lasciarsi trascinare, spingendo, alla maniera di
Sisifo le sue indecomposte memorie. La maggior parte del tempo le bruciavano
gli occhi, detestava non riuscire a piangere: cospargeva, per questo bizzarro
motivo, la congiunta di quel liquido disinfettante che lascia sempre qualche
riserbo sulla palpebra. Solo per sentire la sensazione di qualche cosa che
cade, che le sfiora il viso e sembra appartenerle.
Non che fosse particolarmente attratta dalle illusioni, ma
sforzandosi di sopravvivere, non poteva escludere dalla sua vita quella penuria
dei sensi che il corpo regala dopo che si grida, respirando per la prima volta.
E camminava davvero lentamente, mettendo un piede davanti all’altro, con una
precisione imbarazzante, cercando di tracciare linee che il suo folto disgusto
tracciava tra le pozzanghere nei giorni di pioggia, cercando, con la foga di un
bambino, di imbrattarsi i pantaloni di fango. Solo per lavare via e dimenticare
ciò che era sporco.
Se dovessi ammettere qualche sua colpa, le imputerei la
piena coscienza: quella di esistere, di essere qui e di non riuscire a
smacchiarsi dall’inconsistenza delle reazioni.
Con morbosità e
convinzione stabiliva d’essere: qualcosa.
Artisti di strada
La riconoscenza con la quale guardò quella signora che le
vendeva un cappello, era strana. Non poteva sopportare di sentire ancora le sue
orecchie intorpidirsi, un poco per il freddo, uno poco per la cattiva musica
che passavano da qualche buco li nei dintorni. Aveva sempre pensato agli uomini
come a una razza privata del proprio avvenire: tutto ciò succedeva con costante
ed ingenua ripetizione quasi ogni minuto. Che cosa avrebbero dovuto scrivere su
di una agenda, se non che sarebbero potuti morire? Si mangiano i secondi, che
mangiano loro stessi e così si deglutiscono tutti per intero, con l’orologio regolato
al polso.
Si infilavano in quei buchi sotto terra per non sentire il
freddo che gli congela le ossa, e la grancassa che gli spinge tutta la carne
dalle orecchie, li restringe, quasi gli togliesse dello spazio. Le fognature
del mondo: al caldo, in piedi, con le suole delle scarpe appiccicate a qualche
foto di cantautore d’epoca. A deglutire schifezze che gonfiano la pancia d’aria, che argutamente sputano con
una boccata di sigaretta. E poi iniziano
a toccarsi, si violentano, epidermide contro epidermide, livido dopo livido:
solo qualche millimetro di tessuto sintetico zuppo di acqua e sale.
Ma non ti ricorderai più niente! Bruciami, bruciami: togliti
i propositi con il filo interdentale e dimenticati che non ti stanno guardando.
Davanti allo specchio sei solo un gorgo di vuoto, per quanto tu possa
continuare a sussurrarti il tuo nome, non riuscirai mai a darti significato.
Le zuppe calde, riempiono i polmoni di polmonite alveolare.
Al ristorante è comunque in strada perché apprezzare è redenzione. Preferiva
andarci da sola, almeno non era costretta a tenere la bocca chiusa per
educazione.
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