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mercoledì 31 luglio 2013

Kandinskij could have told that I’m a green square

Following the emptiness,
drinking NaOH.

Spinning injuries
on my fancy death shroud.

Leaping along the reef,
searching a sunlit end, I conjure leisure,
looking through his holed throat.

I sit on a purple sofa

watching my hanged reason. I finally 

fleer.


domenica 21 luglio 2013

Non tagliare i capelli è tenersi tutto addosso, perché stendersi con il dorso a terra significa poter guardare tutto il cielo in una volta

Sento di dover spingere più forte in questa corsa, dove l’equilibrio sta forse nell’avere i piedi sospesi in un burrone. Forse ho bisogno di sentirmi trascinare per rimediare al gusto tipico dell’esistenza con un sorso di liquore amaro, sentirsi pizzicare la lingua fa forse parte di questo selvaggio masochismo che l’uomo deve possedere per scartare se stesso.
Ho pensato che avremmo dovuto fare l’amore almeno quattro volte per sentirci davvero stanchi e riuscire a dormire senza avere la possibilità, allungando la mano, di afferrare i cattivi sogni. Ho pensato che avrei dovuto consumarti per poterti odiare davvero. Spazi così piccoli possono trattenerci, soffocandoci, anche per più tempo di quanto, meritocraticamente si potrebbero guadagnare.
Tu che mi stringi significa appartenere alla vita, sentire il tuo profumo che non si leva dalla mia pelle è l’appartenere a quella parte consapevole di mondo che ama i vuoti d’aria sui polmoni.
È l’oro sulla tua pelle, al buio, che mi isola dal mondo, d'altronde si sa che gli uomini amano le cose preziose. È l’oro sulla tua pelle che non si toglie dalla mia testa, è l’impossibilità di poterti trattenere, forse, a renderti così vivo, ora. È l’oro sulla tua pelle quello che desidero, mescolarmi, divenire oro anch’io, almeno per otto secondi, con la tua mano sulla mia bocca per sentire che le sostanze più preziose, emettono gemiti.


Orgasmo: intrufolarsi in se stessi per qualche secondo.


Aggrediti dal tempo

Che cosa posso raccontarti oggi che si esima dall’esser ripetitivo? Che cosa sarà un diario, un cuore messo a nudo, che cosa significherà raccontare di se stessi a qualcuno che non ti ascolta, che cosa significa abituare la propria vita a cucire la lingua al palato.
Il tempo è incomunicabile, il mio essere è incomunicabile, forse riesco solo a conoscermi meglio, affogando me stessa negli sconosciuti, alla ricerca di qualcosa che non potrò trovare, nemmeno tra le pieghe più profonde di una parure di lenzuola rosse.
Ti presterò il mio sentire, solo perché ho bisogno di stare alla larga dalla mia inquietudine, ti presterò i miei occhi, per smettere di vedermi, di provare pena per me stessa.
Quanto vorrei reincontrarti, senza casualità, magari sotto una fontana, un pomeriggio caldo, torrido, a rinfrescarci, un tuffo l’uno nell’iride dell’altra. Quanto vorrei appartenerti ora, quanto vorrei potermi salvare, possedendo anche solo una misera goccia del tuo ricordo.
E piano piano svanisce, i tratti del tuo viso diventano scarni, quasi come se soffrissi di un’anoressia della forma. Dove spariscono i tuoi occhi. Eppure non posso dimenticare la sensazione che ho provato davanti a tutto questo. Come se non ti avessi mai toccato, ma fossi cosciente della tua esistenza.
Vorresti smettere di esistere? Prendimi per mano, iniziamo a vivere, partiamo da li, da quel lembo di terra bruciata, dove è oramai secca, dove non cresce più nulla. Arrampichiamoci ad un albero e fingiamo di toccare l’orizzonte, anche se credimi, con gli occhi possiamo mangiarcelo.
Diventiamo acqua, l’uno per l’altra, diveniamo tutte le nostre possibilità, in due è più difficile, ma sembra passare più in fretta.
Aspetto una tua lettera da più o meno ogni secondo. Aspetto che tu scriva quello che scrivo io, aspetto di potermi trovare in te, aspetto te, aspetto me? Sento con ansia come mi stia divorando dentro, l’attesa ogni minuto è capace di portarci via.

domenica 7 luglio 2013

Postularsi

Come stringi forte quel bicchiere, come se potesse scivolarti repentinamente dalla mano destra, come se qualcuno potesse arrivare e levartelo d’improvviso.

È come fare l’amore, possedere qualcuno o qualche cosa, meno che se stessi.
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Tornando a casa, dopo una serata turbata, ripenso a come è gradevole sentirsi accarezzare i bordi del cuore, come dei merletti che fuoriescono e tu, l’unico che poteva cogliere quanto erano distintamente graziosi. Non trovarti pronto a sfidare la gravità, spingendo via la porta, convinto che una lastra di vetro non sia in grado di impedire l’aggregarsi di sostanze. Eppure salgo le scale da sola, ammettendo di aver sostato per circa quaranta secondi nell’atrio.

Quanta compassione dobbiamo avere di noi stessi se cerchiamo le carezze delle bocche altrui, i baci delle scapole col letto d’altri e riusciamo a detestarci solo quando, nei grandi magazzini, comperiamo specchi.

La noia, che altro potrebbe rappresentare se non la contemplazione dell’individuo con se stesso. Dopotutto fissare il vuoto non ha mai salvato nessuno.
A meno che non si creda alla storia della farfalla.
Io credo che l’umanità sia stratificata e suddivisa e morta. L’unica parte cosciente che possiede è quella incapace di applicarsi, deve per forza, nascerne a discapito una seconda, capace di sostituirsi al primo salto amatoriale della coscienza autonoma.


Divisi in pezzetti dicevano. Un poco qua, un poco di la:  briciole dicono, ma sparse ovunque.