Sento di dover spingere più forte in questa corsa, dove l’equilibrio
sta forse nell’avere i piedi sospesi in un burrone. Forse ho bisogno di
sentirmi trascinare per rimediare al gusto tipico dell’esistenza con un sorso
di liquore amaro, sentirsi pizzicare la lingua fa forse parte di questo
selvaggio masochismo che l’uomo deve possedere per scartare se stesso.
Ho pensato che avremmo dovuto fare l’amore almeno quattro
volte per sentirci davvero stanchi e riuscire a dormire senza avere la
possibilità, allungando la mano, di afferrare i cattivi sogni. Ho pensato che
avrei dovuto consumarti per poterti odiare davvero. Spazi così piccoli possono
trattenerci, soffocandoci, anche per più tempo di quanto, meritocraticamente si
potrebbero guadagnare.
Tu che mi stringi significa appartenere alla vita, sentire
il tuo profumo che non si leva dalla mia pelle è l’appartenere a quella parte
consapevole di mondo che ama i vuoti d’aria sui polmoni.
È l’oro sulla tua pelle, al buio, che mi isola dal mondo,
d'altronde si sa che gli uomini amano le cose preziose. È l’oro sulla tua pelle
che non si toglie dalla mia testa, è l’impossibilità di poterti trattenere,
forse, a renderti così vivo, ora. È l’oro sulla tua pelle quello che desidero,
mescolarmi, divenire oro anch’io, almeno per otto secondi, con la tua mano
sulla mia bocca per sentire che le sostanze più preziose, emettono gemiti.
Orgasmo: intrufolarsi in se stessi per qualche secondo.
Aggrediti dal tempo
Che cosa posso raccontarti oggi
che si esima dall’esser ripetitivo? Che cosa sarà un diario, un cuore messo a
nudo, che cosa significherà raccontare di se stessi a qualcuno che non ti
ascolta, che cosa significa abituare la propria vita a cucire la lingua al
palato.
Il tempo è incomunicabile, il
mio essere è incomunicabile, forse riesco solo a conoscermi meglio, affogando
me stessa negli sconosciuti, alla ricerca di qualcosa che non potrò trovare,
nemmeno tra le pieghe più profonde di una parure di lenzuola rosse.
Ti presterò il mio sentire, solo
perché ho bisogno di stare alla larga dalla mia inquietudine, ti presterò i
miei occhi, per smettere di vedermi, di provare pena per me stessa.
Quanto vorrei reincontrarti,
senza casualità, magari sotto una fontana, un pomeriggio caldo, torrido, a
rinfrescarci, un tuffo l’uno nell’iride dell’altra. Quanto vorrei appartenerti
ora, quanto vorrei potermi salvare, possedendo anche solo una misera goccia del
tuo ricordo.
E piano piano svanisce, i tratti
del tuo viso diventano scarni, quasi come se soffrissi di un’anoressia della
forma. Dove spariscono i tuoi occhi. Eppure non posso dimenticare la sensazione
che ho provato davanti a tutto questo. Come se non ti avessi mai toccato, ma
fossi cosciente della tua esistenza.
Vorresti smettere di esistere?
Prendimi per mano, iniziamo a vivere, partiamo da li, da quel lembo di terra
bruciata, dove è oramai secca, dove non cresce più nulla. Arrampichiamoci ad un
albero e fingiamo di toccare l’orizzonte, anche se credimi, con gli occhi
possiamo mangiarcelo.
Diventiamo acqua, l’uno per
l’altra, diveniamo tutte le nostre possibilità, in due è più difficile, ma
sembra passare più in fretta.
Aspetto una tua lettera da più o
meno ogni secondo. Aspetto che tu scriva quello che scrivo io, aspetto di
potermi trovare in te, aspetto te, aspetto me? Sento con ansia come mi stia
divorando dentro, l’attesa ogni minuto è capace di portarci via.