About

mercoledì 23 gennaio 2013

Discromie del linguaggio derivate dall'incapacità di vivere ( o sorgere dagli abissi)


È forse l’intensità il nocciolo di tutte le questioni. Essa non si pone forse come elemento onnipresente? Non è forse la sua propria natura che cerchiamo ogni qualvolta tentiamo di assaporare un qualcosa? E non parlo solo del piacere, ma anche del dovere e delle rispettabili responsabilità da esso prescindibili. Quando l’uomo, nella sua naturale, spontanea ed instancabile promessa verso se stesso di raggiungere un obiettivo, egli mira appunto a convergere ad esso mediante l’intensità. Intensità come grado, ed intensità nel puro significato del termine come adempiuta totalmente, nel suo massimo grado e quasi assente di tale caratterizzazione simbolico-funzionale. Appunto l’intensità diventa la realizzazione del prodotto di una idea che si identifica allora con intensità pura.

--
Intensità d’intenti.
Soffocare tra le rime baciate di una coreografia di danza soul.
Je veux. Io voglio scrivere. Desiderio cosale.
Sta tutto qui dentro, sforzati. Immagina come siano le tue candide dita a sfiorare gli accordi di questa chitarra divina, un violino in sottofondo che accarezza i capelli al vento. Siamo sulla scogliera di una spiaggia ad assaggiare i reciproci desideri, fraintendendoci un poco a volte, ma amiamo così intensamente appartenere l’uno alla memoria dell’altro. E allora in punta di piedi, sopra un cuscino d’erba griderò il tuo nome alla mia coscienza.
Chissà se tu proverai mai a sentirmi, o se forzerai il mio peso come su un ronzante letto di mosche, chissà se mi farai rotolare giù dai tuoi occhi, ancora una volta. Almeno una volta.
Non ho dimenticato la tua assenza, non posso ricordare l’inverso, poiché sarebbe stroppo straziante nutrirmi di ciò che non esiste. Sei la mia anoressia più sviluppata, o forse sei parte della mia bulimia mentale, un ricco cesto di buoni propositi accuratamente coperti da uno strato di velina trasparente.
Ti osserverei, passante, se sapessi che i tuoi occhi tentassero di evadere tanto quanto i miei, ma dalle sbarre della tua isolata prigione tu tenti solo di prenderti un pezzo della mia anima straziata.
--
Chopin, all’ombra della mia stessa inettitudine. Abitudine.

--
Non rifletti mai sul senso del tuo essere qui?
Che cosa mi spinge all’inazione? O piuttosto che cosa non mi spinge?
Che cosa manca dentro di me per farmi essere qualcosa in qualche momento, non desidero forse le cose che immagino, e non sono forse esse frutto di quello da cui inattivamente mi separo? Che cosa mi divide dalle mie ambizioni, che cosa mi separa da ciò che vorrei vivere, anche per così piccolo che sia, che cosa mi priva di me stessa? Definire qualcosa, significa determinare ciò che è oppure specificare la sua natura anche in ciò che sarà? Quando parlo dell’oro, intendo per ora anche quando sarà fuso con altre sostanze, o meramente per definizione ciò che esso è ora? Perché altrimenti la mia identità sarebbe suscettibile di ciò e la sua vuotità equivarrebbe a definirmi. Vacuità e vuotità del mio io, meramente pensante e inagente. Sono davvero ciò che faccio o costituisco anche quello che penso vorrei fare/essere?
Kant smembra Cartesio, pensando al denaro, ma smentirebbe anche il mio credo in questo preciso istante? Tralasciando il fatto che lui si assenterebbe dal punto di vista fisico.
Allora unione di corpo e spirito (che poi se questo spirito mai lo abbiamo visto esso è un capriccio linguistico meramente riconducibile a funzione/sostrato del corpo) sono me, ma in che senso spirito?
Cioè ciò che penso vorrei essere sono io? O sono questo fisico ensemble di stracci? Non vi sembra forse che questa sia l’epoca del mostrarsi, ma non mostrarsi a sé, forse perché a me non ho davvero nulla da mostrare. Forse perché nell’apparenza possiamo ficcarci l’illusione.
Deracinè.