È forse l’intensità il nocciolo di tutte le questioni. Essa
non si pone forse come elemento onnipresente? Non è forse la sua propria natura
che cerchiamo ogni qualvolta tentiamo di assaporare un qualcosa? E non parlo
solo del piacere, ma anche del dovere e delle rispettabili responsabilità da
esso prescindibili. Quando l’uomo, nella sua naturale, spontanea ed
instancabile promessa verso se stesso di raggiungere un obiettivo, egli mira
appunto a convergere ad esso mediante l’intensità. Intensità come grado, ed
intensità nel puro significato del termine come adempiuta totalmente, nel suo
massimo grado e quasi assente di tale caratterizzazione simbolico-funzionale.
Appunto l’intensità diventa la realizzazione del prodotto di una idea che si
identifica allora con intensità pura.
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Intensità d’intenti.
Soffocare tra le rime baciate di una coreografia di danza
soul.
Je veux. Io voglio scrivere. Desiderio cosale.
Sta tutto qui dentro, sforzati. Immagina come siano le tue
candide dita a sfiorare gli accordi di questa chitarra divina, un violino in
sottofondo che accarezza i capelli al vento. Siamo sulla scogliera di una
spiaggia ad assaggiare i reciproci desideri, fraintendendoci un poco a volte,
ma amiamo così intensamente appartenere l’uno alla memoria dell’altro. E allora
in punta di piedi, sopra un cuscino d’erba griderò il tuo nome alla mia
coscienza.
Chissà se tu proverai mai a sentirmi, o se forzerai il mio
peso come su un ronzante letto di mosche, chissà se mi farai rotolare giù dai
tuoi occhi, ancora una volta. Almeno una volta.
Non ho dimenticato la tua assenza, non posso ricordare
l’inverso, poiché sarebbe stroppo straziante nutrirmi di ciò che non esiste.
Sei la mia anoressia più sviluppata, o forse sei parte della mia bulimia
mentale, un ricco cesto di buoni propositi accuratamente coperti da uno strato
di velina trasparente.
Ti osserverei, passante, se sapessi che i tuoi occhi
tentassero di evadere tanto quanto i miei, ma dalle sbarre della tua isolata
prigione tu tenti solo di prenderti un pezzo della mia anima straziata.
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Chopin, all’ombra della mia stessa inettitudine. Abitudine.
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Non rifletti mai sul senso del tuo essere qui?
Che cosa mi spinge all’inazione? O piuttosto che cosa non mi
spinge?
Che cosa manca dentro di me per farmi essere qualcosa in
qualche momento, non desidero forse le cose che immagino, e non sono forse esse
frutto di quello da cui inattivamente mi separo? Che cosa mi divide dalle mie
ambizioni, che cosa mi separa da ciò che vorrei vivere, anche per così piccolo che
sia, che cosa mi priva di me stessa? Definire qualcosa, significa determinare
ciò che è oppure specificare la sua natura anche in ciò che sarà? Quando parlo
dell’oro, intendo per ora anche quando sarà fuso con altre sostanze, o
meramente per definizione ciò che esso è ora? Perché altrimenti la mia identità
sarebbe suscettibile di ciò e la sua vuotità equivarrebbe a definirmi. Vacuità e
vuotità del mio io, meramente pensante e inagente. Sono davvero ciò che faccio
o costituisco anche quello che penso vorrei fare/essere?
Kant smembra Cartesio, pensando al denaro, ma smentirebbe
anche il mio credo in questo preciso istante? Tralasciando il fatto che lui si
assenterebbe dal punto di vista fisico.
Allora unione di corpo e spirito (che poi se questo spirito mai
lo abbiamo visto esso è un capriccio linguistico meramente riconducibile a
funzione/sostrato del corpo) sono me, ma in che senso spirito?
Cioè ciò che penso vorrei essere sono io? O sono questo
fisico ensemble di stracci? Non vi sembra forse che questa sia l’epoca del
mostrarsi, ma non mostrarsi a sé, forse perché a me non ho davvero nulla da
mostrare. Forse perché nell’apparenza possiamo ficcarci l’illusione.
Deracinè.