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domenica 12 agosto 2012

Era maggio


Non si dovrebbe credere a storie come questa, non si dovrebbe arrivare al significato dello scorrere inarrivabile degli eventi. Eppure, prima o dopo, ci si trova catapultati davanti alla propria vita, in un presente che troppe poche volte rischia di appartenerti e come un estraneo cerchi di trovare le chiavi giuste per aprire le porte, per andartene via.
Sì: ho realizzato di non riuscire a vivermi completamente, come se non fossi io a calpestare il tempo a furia di occuparlo, ma sono gli attimi che poco a poco mi stanno crudamente divorando l’esistenza. Sotto la pioggia, la catastrofe del freddo, non dovresti forse correre a ripararti? O stai forse cercando di annullare tutte queste presunzioni moralmente etiche? Chi sceglie la propria vita? Non sono del tutto sicura che crogiolarsi nella disperazione della propria monotonia dipenda dall’essere monotoni, piuttosto sento di dover appartenere a una categoria di inettitudine che non è ancora stata inventata o che forse, laggiù, la società chiama fallimento. Mi riparo da queste prigioni poco consone sui testi che distruggono la storia: solo loro sono capaci di essere indipendenti da tutto ciò che gli altri vorrebbero farli essere, scelgono loro che cosa farti provare, ciò che tu sei per loro, ti pongono in una condizione piacevolmente irrinunciabile e opporvisi è inutilmente stupido. Amo Dostoevskij, anche se non so come si pronuncia perché nessuno di lui, me ne ha mai parlato. Amo Baudelaire perchè non ci sono poesie che non si sentono, più nel senso del feel.
E atti divinatori nei confronti di quell’amore che ti ha incastrato da qualche parte, la soluzione sta nel trovare quale scarpa esso ti abbia slacciato. Ripetutamente cadere verso il basso perché è tutta una fregatura e anche se ti promettono che l’amore è una gran cosa, in fondo non lo è mai stato. Ci sono momenti in cui credo che la tua presenza sia stata solo un pretesto nella mia vita, un pretesto per lasciarmi andare, come l’ombra del Belzebù che sognavo da bambina, che rideva, rideva e non smetteva, mai. Percepisco una sorta di dimagrimento intellettuale e tu ne sei la causa. Ecco come instupidirsi, non gratuitamente. Cercherò comunque di dimenticarti, perché non è giusto martirizzarsi per  il nulla che ora stai cercando di diventare, il tempo non premia, non cancella nemmeno, aiuta solo ad asettizzarci un poco, perché si mangia i ricordi e tu dovresti apparire solo un poco più sfocato, come le foto d’epoca i cui contorni sono poco chiari. A che ora smetterai di esserci? E così: déraciné, senza sentirsi se stessi nemmeno a letto, forse perché non è possibile provare l’esistenza di sé, forse perché siamo quello che siamo e non quello che immaginiamo essere.
Cercare delle leggi che dividano quello che applichiamo quotidianamente per rinvigorirci un poco, quello che serve per essere umani: a priori.