Non si dovrebbe credere a storie come questa, non si
dovrebbe arrivare al significato dello scorrere inarrivabile degli eventi.
Eppure, prima o dopo, ci si trova catapultati davanti alla propria vita, in un
presente che troppe poche volte rischia di appartenerti e come un estraneo cerchi
di trovare le chiavi giuste per aprire le porte, per andartene via.
Sì: ho realizzato di non riuscire a vivermi completamente,
come se non fossi io a calpestare il tempo a furia di occuparlo, ma sono gli
attimi che poco a poco mi stanno crudamente divorando l’esistenza. Sotto la
pioggia, la catastrofe del freddo, non dovresti forse correre a ripararti? O
stai forse cercando di annullare tutte queste presunzioni moralmente etiche?
Chi sceglie la propria vita? Non sono del tutto sicura che crogiolarsi nella
disperazione della propria monotonia dipenda dall’essere monotoni, piuttosto
sento di dover appartenere a una categoria di inettitudine che non è ancora
stata inventata o che forse, laggiù, la società chiama fallimento. Mi riparo da
queste prigioni poco consone sui testi che distruggono la storia: solo loro
sono capaci di essere indipendenti da tutto ciò che gli altri vorrebbero farli
essere, scelgono loro che cosa farti provare, ciò che tu sei per loro, ti
pongono in una condizione piacevolmente irrinunciabile e opporvisi è
inutilmente stupido. Amo Dostoevskij, anche se non so come si pronuncia perché
nessuno di lui, me ne ha mai parlato. Amo Baudelaire perchè non ci sono poesie
che non si sentono, più nel senso del feel.
E atti divinatori nei confronti di quell’amore che ti ha
incastrato da qualche parte, la soluzione sta nel trovare quale scarpa esso ti
abbia slacciato. Ripetutamente cadere verso il basso perché è tutta una
fregatura e anche se ti promettono che l’amore è una gran cosa, in fondo non lo
è mai stato. Ci sono momenti in cui credo che la tua presenza sia stata solo un
pretesto nella mia vita, un pretesto per lasciarmi andare, come l’ombra del
Belzebù che sognavo da bambina, che rideva, rideva e non smetteva, mai.
Percepisco una sorta di dimagrimento intellettuale e tu ne sei la causa. Ecco
come instupidirsi, non gratuitamente. Cercherò comunque di dimenticarti, perché
non è giusto martirizzarsi per il nulla
che ora stai cercando di diventare, il tempo non premia, non cancella nemmeno,
aiuta solo ad asettizzarci un poco, perché si mangia i ricordi e tu dovresti
apparire solo un poco più sfocato, come le foto d’epoca i cui contorni sono
poco chiari. A che ora smetterai di esserci? E così: déraciné, senza sentirsi
se stessi nemmeno a letto, forse perché non è possibile provare l’esistenza di
sé, forse perché siamo quello che siamo e non quello che immaginiamo essere.
Cercare delle leggi che dividano quello che applichiamo
quotidianamente per rinvigorirci un poco, quello che serve per essere umani: a
priori.