La felicità vive nel ricordo, della sua miserabile inconsistenza.
Mai ho provato la felicità nella coscienza. Che essa sia una glassa di cui ricopriamo le nostre inautentiche memorie, è il verdetto.
L’autonomia dei nostri desideri si vivifica nella tendenza alla loro inattuabilità che compare come mancata occasione nel rimpianto del passato. E la mente mi inganna, graffiando la voracità del presente mai vivo, costantemente mi deruba. E vivo di ritagli di vissuti che non m’appartengono, di comodità che non ho provato, sulle lenzuola di un letto in cui non ho mai dormito. Dalla poltrona soffice di una stanza da cui non ho mai tratto strategie proiettive, ma solo sconsolati lamenti per un altro passato che mai mi è appartenuto. Un eterno rimando.
Il fumo di una candela che brucia: lentamente sporca il bianco pallido di un muro dipinto male, quasi impercettibilmente. La molle cera che modello tra le mani, il calore del mio corpo che è già troppo innocuo per infrangerne la forma. È impossibile, ancora, manipolare un grumo di cera.
Le lacrime scendono dai miei occhi, senza schernirsi. L’immagine che mi è stata privata rappresenta quel drappo bianco appoggiato allo schienale imbottito e morbido di quella sedia che non ho mai visto, che non ho mai toccato. È possibile invidiare se stessi?
Viviamo di un emblema che qualcuno ha creato per noi, che ha stupidamente intriso di occasionalità plasmandone un fonema sintattico. Per una parola ci struggiamo. Viviamo nell’illusione di un vocabolo che è un insieme di lettere accozzate insensibilmente.
F e l i c i t à, già il suono è stucchevole.