Premesse a una
possibile (infattibile) autoconvinzione delle quattro e quindici minuti precise.
Quando è che si diventa grandi? Quando succede che si smette
di pensare da “piccoli”?
Quando il primo contatto con qualcosa che non si riesce ad
abbracciare fa capolino, un mare magnum di dove mi trovo, chi sono, che cosa
sto facendo? Tensione. Tensione verso qualcosa che non esiste, non si tratta di
desiderare, è solo sentirsi mero agglomerato di se stessi: non ho nulla da
dirti, devo solo parlarti di questa
grande nuvola di fumo che ogni giorno mi affligge.
Che cos’è diventare grandi? Spazzare via le angosce
turbolente che si hanno da ragazzi? È solo una fase, il mondo è davvero
diverso, più grande, più comprensivo di quanto non sembri?
Che cosa dovrebbe farmi cambiare idea riguardo a tutto ciò? Forse
la mestichezza che ho acquisito nei confronti della miseria della natura umana. Farò un
viaggio, un viaggio per cercare me stessa. A che cosa serve cercarsi in giro
per il mondo, se non riesco a sollevare lo sguardo davanti ad uno specchio? Che
cosa voglio far credere a me stessa? Che ci sono esperienze che possono
cambiarmi, è questa faccia evoluta che voglio vedere ora?
Quando viaggio e mi guardo attraverso gli specchi del mondo
mi vedo sempre un poco più brutta: profonde occhiaie scavate, occhi rossi,
pallore, grassezza. Non è che forse riusciamo a percepirci più marci di quanto
non sembriamo nell’aleggio delle costanti riproduttive causali?
Forse sono davvero brutta, forse non esisto che al di là di
uno specchio oggettivo, che è quello del mondo, davanti al quale nemmeno la più
caustica delle autostime riuscirebbe a reggersi.
L’occhio indagatore della tua coscienza, sentirsi
infallibili: io non ci ho mai creduto, percepisco la fragilità dentro le mie
ossa, il loro continuo oscillare
instabile: riesco ad addormentarmi con lo scorrere del mio flusso sanguigno, al
crepuscolo dell’ultima riga, solo che fino ad ora ho vissuto in capoversi.
Quante domande, quante afflizioni: che cosa sono io? Dov’è
la mia intenzionalità?
Sapete che cosa succede? Succede che io non ci credo, non
voglio crederci, tutto questo organizzare, programmarsi non fa per me. Ci sono
condizioni a cui dobbiamo sottostare a cui, in realtà, non dobbiamo sottostare.
Non esistono obblighi, ma esistono coscienze plagiabili, deboli, illuse. Non voglio
perire sotto me stessa, ho bisogno di… aria.