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domenica 7 luglio 2013

Postularsi

Come stringi forte quel bicchiere, come se potesse scivolarti repentinamente dalla mano destra, come se qualcuno potesse arrivare e levartelo d’improvviso.

È come fare l’amore, possedere qualcuno o qualche cosa, meno che se stessi.
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Tornando a casa, dopo una serata turbata, ripenso a come è gradevole sentirsi accarezzare i bordi del cuore, come dei merletti che fuoriescono e tu, l’unico che poteva cogliere quanto erano distintamente graziosi. Non trovarti pronto a sfidare la gravità, spingendo via la porta, convinto che una lastra di vetro non sia in grado di impedire l’aggregarsi di sostanze. Eppure salgo le scale da sola, ammettendo di aver sostato per circa quaranta secondi nell’atrio.

Quanta compassione dobbiamo avere di noi stessi se cerchiamo le carezze delle bocche altrui, i baci delle scapole col letto d’altri e riusciamo a detestarci solo quando, nei grandi magazzini, comperiamo specchi.

La noia, che altro potrebbe rappresentare se non la contemplazione dell’individuo con se stesso. Dopotutto fissare il vuoto non ha mai salvato nessuno.
A meno che non si creda alla storia della farfalla.
Io credo che l’umanità sia stratificata e suddivisa e morta. L’unica parte cosciente che possiede è quella incapace di applicarsi, deve per forza, nascerne a discapito una seconda, capace di sostituirsi al primo salto amatoriale della coscienza autonoma.


Divisi in pezzetti dicevano. Un poco qua, un poco di la:  briciole dicono, ma sparse ovunque.

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