Come stringi forte quel bicchiere, come se potesse
scivolarti repentinamente dalla mano destra, come se qualcuno potesse arrivare
e levartelo d’improvviso.
È come fare l’amore, possedere qualcuno o qualche cosa, meno
che se stessi.
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Tornando a casa, dopo una serata turbata, ripenso a come è
gradevole sentirsi accarezzare i bordi del cuore, come dei merletti che
fuoriescono e tu, l’unico che poteva cogliere quanto erano distintamente
graziosi. Non trovarti pronto a sfidare la gravità, spingendo via la porta,
convinto che una lastra di vetro non sia in grado di impedire l’aggregarsi di
sostanze. Eppure salgo le scale da sola, ammettendo di aver sostato per circa
quaranta secondi nell’atrio.
Quanta compassione dobbiamo avere di noi stessi se cerchiamo
le carezze delle bocche altrui, i baci delle scapole col letto d’altri e
riusciamo a detestarci solo quando, nei grandi magazzini, comperiamo specchi.
La noia, che altro potrebbe rappresentare se non la
contemplazione dell’individuo con se stesso. Dopotutto fissare il vuoto non ha
mai salvato nessuno.
A meno che non si creda alla storia della farfalla.
Io credo che l’umanità sia stratificata e suddivisa e morta.
L’unica parte cosciente che possiede è quella incapace di applicarsi, deve per
forza, nascerne a discapito una seconda, capace di sostituirsi al primo salto
amatoriale della coscienza autonoma.
Divisi in pezzetti dicevano. Un poco qua, un poco di
la: briciole dicono, ma sparse ovunque.
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