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martedì 28 gennaio 2014

Parte prima svolgentesi dopo l'assunzione di un analgesico

Mi dispiace sta andando, per come la sto facendo andare.  Forse perché ci metto troppa filosofia, forse perché ce ne metto troppo poca.
L’incostanza è il segreto dei perdenti, e perdere è più facile di vincere. Non ti carica di responsabilità, e per come la morale (spiccatamente cristiana) ci insegna: chi perde è da lodare, perché ha un cuore che sa tenere il peso di mille sconfitte. Ma che cosa è perdere, che cosa è vincere? Forse desistere dalla tentazione di fare pena a se stessi è vincersi, è svincolarsi dal corrompere umano e sociale che ci rende così tanto, troppo umani.
Non ho nulla di divino se non la sola scommessa che posso plasmare me stessa, persino la fugacità dei miei piaceri, decidere quando finire di contare i binari che mi separano dalla felicità. È davvero così distante?
La moderna medicina ci dice che più o meno a settant’anni arriveremo, sciancati, ma ci arriviamo. Allora, da bravi saputelli del calcolo esponenziale posiamo le nostre speranze in cima alla nostra vita, calcolando che le cose migliori prima o poi arriveranno. E se non arrivassero mai? Forse sono già arrivate, forse ce le abbiamo già… è che siamo eternamente insoddisfatti: l’ingordigia che ci spinge al cannibalismo dell’ego proiettantesi.
Siamo per le lunghe storie, per il domani è migliore, per la ricerca, per lo sforzo, per i capelli da far crescere ( e in ogni centimetro è sedimentata una grande sfiducia nel domani). Addirittura la scrittura: una lettera da sola non è niente, le parole sono agglomerati che costruiamo. E le frasi, i libri, la cultura. Il grande calcolatore si specchia nell’umanità. Un lungo sifone che si getta in mare. Che m’importa: io premo, finisce tutto li.
Non ho mai vinto, non del tutto. Mi crogiolo nell’insoddisfazione e nessuno può biasimarmi. Amo così tanto l’incomprensione, un vago nichilismo da ventunesimo secolo distesa sul mio stesso cadavere.
Sono così cristiana, persino nel mio ateismo.
Pullulo di parole: isolamento da fatti. Da persone, da gesti, da carezze, da baci, da corpi. Non voglio sentire niente.
Il succo di limone su di una pupilla, goccia dopo goccia mi appanna la vista e così finisco di vedere che sono la parte, non il tutto. Che sono una testa e non un corpo. Che posso sentire il piacere, ma che lo violento.
Che sono solo una patetica cartolina con le firme fuori posto, solo il nome. Nome-oggetto.
Indicherò con l’indice gli sgretolatori della mia innocenza, che stanno tutti nella stessa scatola con la sola etichetta bianca: EUFEMISMI.

mercoledì 22 gennaio 2014

Nasce da una distrazione

Cancellare da un foglio non significa cancellare dalla nostra mente.

Siamo davvero condannati a tutto questo?

A poter godere di un tramonto come tutti gli altri, ma a sentirne lo sgretolare, come una colonna di tufo alla fine della sua storia. Disegnata sulla mia spina dorsale, con grazia, si spezza.


Per quanto continuerai a salire di tono, sarai sempre costretto ad inquinare le tue canzoni con un unico, finale tono grigio.