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giovedì 12 dicembre 2013

Il mare vuole i fichi

Parlare del verde
Si occupava di risolvere cruciverba, aveva un’ impetuosa e bestiale passione per le parole.
Amava accostarle in versi, costruire torri di lettere, alla rinfusa e poi le lasciava dolcemente cadere, facendole scorrere come delle gocce d’acqua su una ruvida scorza di limone.
Riusciva a trovare un posto a sedere solo negli angoli, detestava lasciarsi scappare le plurime prospettive, che avrebbe spalleggiato trovandosi al centro, in qualsiasi luogo e aveva sempre quell’odore acre di poesia, pungente, che la rivestiva come una cipria bianca.
E anche se appassiva, la maggior parte del tempo cercava di sfiorare le prepotenti tracce di vita che le rimanevano, si afferrava con tutta la forza che aveva, senza lasciarsi trascinare, spingendo, alla maniera di Sisifo le sue indecomposte memorie. La maggior parte del tempo le bruciavano gli occhi, detestava non riuscire a piangere: cospargeva, per questo bizzarro motivo, la congiunta di quel liquido disinfettante che lascia sempre qualche riserbo sulla palpebra. Solo per sentire la sensazione di qualche cosa che cade, che le sfiora il viso e sembra appartenerle.
Non che fosse particolarmente attratta dalle illusioni, ma sforzandosi di sopravvivere, non poteva escludere dalla sua vita quella penuria dei sensi che il corpo regala dopo che si grida, respirando per la prima volta. E camminava davvero lentamente, mettendo un piede davanti all’altro, con una precisione imbarazzante, cercando di tracciare linee che il suo folto disgusto tracciava tra le pozzanghere nei giorni di pioggia, cercando, con la foga di un bambino, di imbrattarsi i pantaloni di fango. Solo per lavare via e dimenticare ciò che era sporco. 
Se dovessi ammettere qualche sua colpa, le imputerei la piena coscienza: quella di esistere, di essere qui e di non riuscire a smacchiarsi dall’inconsistenza delle reazioni.
Con morbosità  e convinzione stabiliva d’essere: qualcosa.

Artisti di strada
La riconoscenza con la quale guardò quella signora che le vendeva un cappello, era strana. Non poteva sopportare di sentire ancora le sue orecchie intorpidirsi, un poco per il freddo, uno poco per la cattiva musica che passavano da qualche buco li nei dintorni. Aveva sempre pensato agli uomini come a una razza privata del proprio avvenire: tutto ciò succedeva con costante ed ingenua ripetizione quasi ogni minuto. Che cosa avrebbero dovuto scrivere su di una agenda, se non che sarebbero potuti morire? Si mangiano i secondi, che mangiano loro stessi e così si deglutiscono tutti per intero, con l’orologio regolato al polso.
Si infilavano in quei buchi sotto terra per non sentire il freddo che gli congela le ossa, e la grancassa che gli spinge tutta la carne dalle orecchie, li restringe, quasi gli togliesse dello spazio. Le fognature del mondo: al caldo, in piedi, con le suole delle scarpe appiccicate a qualche foto di cantautore d’epoca. A deglutire schifezze che gonfiano la  pancia d’aria, che argutamente sputano con una boccata di sigaretta.  E poi iniziano a toccarsi, si violentano, epidermide contro epidermide, livido dopo livido: solo qualche millimetro di tessuto sintetico zuppo di acqua e sale.
Ma non ti ricorderai più niente! Bruciami, bruciami: togliti i propositi con il filo interdentale e dimenticati che non ti stanno guardando. Davanti allo specchio sei solo un gorgo di vuoto, per quanto tu possa continuare a sussurrarti il tuo nome, non riuscirai mai a darti significato.

Le zuppe calde, riempiono i polmoni di polmonite alveolare. Al ristorante è comunque in strada perché apprezzare è redenzione. Preferiva andarci da sola, almeno non era costretta a tenere la bocca chiusa per educazione.

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