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giovedì 24 novembre 2011

Ex nihilo


Bologna, 18.26.
Ti sto cercando.
È la fine, ma dopotutto ad ogni fine spetta un inizio.
                                                             
                                                         ***

Forse l’importante è non sentirsi mai bene, per cercare sempre una meta, per non assopirsi mai durante il viaggio.
Forse è così che sono destinata a vivere: con una dose di sonnifero che posso scegliere di bere quando ti amo, quando tocco, in punta di piedi, una parvenza di stabilità.

Allora solo rifiutando la mia parte più solida arriverò alla fine, attraverserò indifferentemente l’oceano che mi separa da me stessa e solo in quell’istante riuscirò a trovarmi da qualche parte.

O forse è come dicono tutti: prima o dopo, alla fine, ci arrivi anche tu.

È quando scegli di cambiare i suffissi che inizi a capire come vanno le cose, quando sei tu, non più gli altri.
Non esiste un libro della vita uguale per tutti, non è un dettato, lasciate quella penna e correte a cercarvi, a farvi male. Solo così si diventa aggregato di se stessi.

Sto vaneggiando.

lunedì 7 novembre 2011

Mecum

Senza titolo

L’insicurezza di questi momenti muove sobbalzi, lacrimando per reprimere l’angoscia di quello che non è, per normalità. Desidèri costantemente una ragione a cui appoggiarti, per non cadere in basso ed essere calpestato da te stesso. È così che va il mondo, quando qualcosa può andare male, andrà sempre peggio


Il papavero rosso (20/05/11)

Lentamente appassisce, muore.
L’arida radura che ti nutre di odio, perdi purezza dal gambo.
Il coraggio che ti spinge a trasformarti in arte, in questo guasto panorama, la simmetria della tua perfezione, la spontaneità della tua fioritura.
E timidamente ti proteggi, senza riuscirci.


Inconsciamente amore (29/04/11)

[...]

L’amore è un concetto negativo, personale, è una riflessione a specchio di sé, è amare l’altro per come ci fa apparire. Amare è egoismo, è volersi fino in fondo, è volere, è piacere, è ricerca di felicità senza sentire il gravante peso della vita che schiaccia spingendo dalla nera cupola del cielo. È contemplarsi infinitamente nel finito, sprofondare senza mezzi termini, e accorgersene alla fine, quando la miccia è già esaurita. L’amore non esiste se non in forma autonoma, legata se non all’autocompiacimento e distante dalla condivisione di sentimenti, è violento, discrimina l’altro, lo stranisce, lo allontana, lo idealizza. Non illudiamoci di saperci condividere, di saperci donare, perché amore è pazzia, la folle perversione della mente che conosce se stesso e si desidera, amare è desiderio di se stessi, amare è consapevolezza di se. L’amore fa male, annienta, quando inconsciamente non riusciamo a raggiungere noi stessi, metabolizziamo il male, soffriamo e continuiamo a cercarci in qualcun altro, che riflette poco a poco qualcosa, ma non ci mostra del tutto. E così nuovamente moriamo e riviviamo d’amore.


Estenuantemente ( pigrizie casuali - 17/11/11)

[...]

La paura

Non ho mai creduto che piangere fosse una cosa comune. Si certo, tutti piangono, nel senso che tutti versano delle lacrime, prima o dopo. Chi per una delusione, chi perché ha vissuto una tragedia, ma anche chi è felice. Li avete mai visti piangere davvero?

Il delirio

Necessariamente qui. Il delirio segue la paura, che segue il normale svolgersi delle cose. Nel senso che si svolgono a cascata, come se fosse un gomitolo di lana. Ecco una metafora.

mercoledì 14 settembre 2011

Questo treno è la metafora della nostra relazione. Un viaggio lungo, tu hai scelto di scendere due fermate fa, eccomi, sto ancora cercando la meta.

Aggrapparsi a un cubo d'aria per trovare il coraggio di affermare anche uno solo dei tuoi tanto attesi sospiri, cercarlo e ritrovarlo in uno stanco pomeriggio secco di metà luglio, quando ormai i nostri capelli si confondevano con le onde del mare, e i castelli di sabbia, costruiti sotto le onde, erano più forti di qualsiasi tornado che li avesse voluti trascinare via.
Ed è bastata una semplice pioggia per far crollare le colonne della nostra persona, a schiodare le viti che non si erano nemmeno arrugginite.

Era così leggero da soffocarti(?).

lunedì 13 giugno 2011

02.06.11
E' il mare quello che abbiamo visto per la prima volta, la svolta del dolore.
Era l'abitudine che mi spingeva sotto, era l'indifferenza che mi trascinava sul fondo, la collera che mi soffocava.
E' ieri che con i piediscalzi sono riuscita a vederlo dalla riva il mare, pian, piano mangiandosi il bagnasciuga, senza riuscire a bagnarmi.
non riesco a capirti: come potevi vedere gli scogli da così lontano? Ti ci potevi aggrappare, salvarti, ma non era tua intenzione riappropriarti della vita. Così ti ci ha trascinato la marea.
Perdi sangue, dal tuo sorriso,falso sorriso,scendono bave di putrido sangue rosso, ti corrode dentro, la milza che ti mangia.
Ti implorano, ti chiedono di fermarti, sfiori le arterie, bucandole.
Sgorga lento ormai, raggiunge le tue ginocchia.


Chiedi, respira. Lo senti? E' il profumo della morte.

05.06.11

Questa vita è troppo breve per serbare rancori, per tenersi tutto dentro, per morire con il cuore pieno.
E' alla persona mai morta che dedico un paio di righe, per le lacrime che non ho versato, quelle che troppo tristi non riescono a scendere.
Il tempo è una scatola che non puoi aprire, non puoi riordinare, cerchi di bucherellare pareti di cemento che non crollano.
Sono quei giorni che non tornano più, che solo io, ora, tengo qui dentro, che non voglio cancellare, che non posso dimenticare, per non smarrirti in un oceano di strette, vuote paranoie.
E' la puntina che non toccherà più quel disco, è quella musica che non suonerà più.
Oggi è freddo, anestetizzato, buio.
Non è la speranza che manca, è la vita.

09.06.11
Diari di ubriachezze

E' la pressione che ti schiaccia, è la voglia di saltare nel vuoto. Il fallimento, l'incapacità di agire di fronte alle palesi occasioni.
Manca il fiato su questa terra ferma, è l'oceano che non sento che mi corrode lentamente le ossa.
Non esistere, morire, dormire, morire.

11.06.11 (?)
Di come le vite arrivino, vadano e rimangano.

lunedì 25 aprile 2011

Demoni, 5.30

E come le tue mani si intrecciano per dare vita a origami di fiori, i petali del ciliegio si infrangono a terra turbando il silenzio di una notte maestosa, al riparo dalla luce del sole.
I tuoi capelli di seta che piano, piano scappando dal mare dei tuoi occhi, si rifugiano in tremule ombre, sotto le dita dei tuoi piedi candidi.
E il profumo di legno che mi invade, spazi infiniti e perversioni leggere, camminare è solo volare, posarsi su una cupola d’aria e lasciarsi trascinare dalla forza di gravità.
È la malinconia che ti possiede, mentre ti siedi e guardi fuori dalla finestra, il vuoto della notte, i pensieri che si perdono, in una landa desolata, senza luce, senza misteri.
Guarda come riesco a immaginare un mondo perfetto, senza toccare la realtà, fili di rame che avvolgono rose, le spine che ti pungono e premono contro la carne. Il sangue che sgorga, lento, senza fermarsi, sono quelle lacrime di sale che ti bagnano le guance, e tu soffri. Tu non vuoi soffrire, ma soffri. E non ne conosci la ragione, ne la via d’uscita. È una sicurezza che ti penetra il cervello, e non ti lascia, è una certezza che affila e ribalta la ragione che si smembra.
Non c’è bisogno di alzarsi, la vita si siede, si contempla, si rivolge da un’altra parte.
Il volto della giovinezza in un quadro d’estate, i papaveri che pian, piano appassiscono, il grano che lentamente si sparge al vento, l’azzurro che stona, si sbava sulla tela e cola sul muro della mente, una tempesta lava gli alberi secchi, gli arbusti spezzati, il terreno dove non cresce più erba.

martedì 22 marzo 2011

Capitolo 10

Scivoli di seta.
Condiamo il nostro piacere con un po’ di whiskey, brucia la gola e ti lascia tacere.
Forse abbiamo solo bisogno di condividerci un poco, per giustificare chi siamo, ed è quando mi strappi qualcosa che capisci chi sono.
La notte è ancora giovane, il tuo profilo sottile che perfettamente si incastra sul bordo di quel cuscino bianco, come il vuoto che per un momento non ho sentito.
E sento una grande forza dentro, il cielo sta sera è nostro, ci sta allungando una mano e riusciamo a toccare l’infinito.
Rosa il candore della tua pelle di porcellana, stai dormendo.
Svegliati, svegliami.

lunedì 21 marzo 2011

"The end of laughter and soft lies, the end of nights we tried to die"

Incastriamoci le mani ancora per poco, è solo la fine di un universo.
Le vertigini che ti scendono dalla bocca.
Letti pieni di tristezza, le lenzuola reclamano il tuo profumo, o era forse un altro?
Questa è la fine, mio caro amico.
Premimi ancora contro questa porta, senza aprirla, senza mandarmi via.
Diventiamo signori delle nostre possibilità.
Prendiamo le armi, uccidiamo i momenti che non ci sono serviti a niente.
Abbassalo il sedile di quella macchina, ora non è più colpa tua se sul Jimi si è posata la polvere di dodici canzoni senza averle mai sentite dentro.
E vivo per sentirti morire quando sei mio, completamente.
Ti colano le speranze dal naso.
In questi cinquantatre secondi di nulla, ripetuti per tutte quelle volte che non ti ho amato.

mercoledì 16 febbraio 2011

Distrazioni su rotaie

E quante volte gli sguardi, le parole che ti servono solo per riempire i silenzi, che sono loro, gli occhi, che te lo dicono.
E partire, per vedere come mi guardi: è solo una stupida stazione, parti con il cuore in mano, quante volte vorresti lasciarlo lì.
E' che non smette di camminare questa folla e che le voci sono distanti millenni, sono le parole che non dici che mi rimangono per sempre.

martedì 4 gennaio 2011

22.45

Scivolare su trame è strano: reti di sogni, progetti, ambizioni, costruire vite, distruggere inesistenze.
Banalità, rintocchi di orologi, che scorrono e che battono come martelli sul cervello, senza farci respirare, è che manca incessantemente aria.
E a occhi aperti immaginare distese di orizzonti infiniti e toccarli e capire come rantolare alla luce senza coprirsi gli occhi.
Sguardi corti, mozzati, tagliati da mani allungate troppo. Sorrisi di cartapesta. E che i sorrisi ti fanno scoppiare, dentro, la rabbia che si scioglie.
E la felicità che si nutre di piccole speranze e di voglie e di momenti.
E senza guardare e senza sentire nulla, con il cuore, vagare e con la mente odorare il presente e riempirsi di lacrime.
Rinascere, senza per forza morire, e sentirsi vivi e giocare con i capelli su prati verdi, sotto l’ombra di qualche albero a lato di un piccolo fiume.
Avere la nostalgia di futuri passati, di mani strette, di guance sfiorate.
E sentirsi liberi e correre e cadere e piangere di nuovo fino a rialzarsi e contemplare l’orizzonte e sentirsi piccoli e così banalmente felici.