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mercoledì 6 febbraio 2013

Le calunnie dei grandi. - E chi sono questi grandi?- chiese sovrastato dall’ombra di un ippocastano.


Premesse a una possibile (infattibile) autoconvinzione delle quattro e quindici minuti precise.

Quando è che si diventa grandi? Quando succede che si smette di pensare da “piccoli”?
Quando il primo contatto con qualcosa che non si riesce ad abbracciare fa capolino, un mare magnum di dove mi trovo, chi sono, che cosa sto facendo? Tensione. Tensione verso qualcosa che non esiste, non si tratta di desiderare, è solo sentirsi mero agglomerato di se stessi: non ho nulla da dirti, devo solo parlarti di questa  grande nuvola di fumo che ogni giorno mi affligge.
Che cos’è diventare grandi? Spazzare via le angosce turbolente che si hanno da ragazzi? È solo una fase, il mondo è davvero diverso, più grande, più comprensivo di quanto non sembri?
Che cosa dovrebbe farmi cambiare idea riguardo a tutto ciò? Forse la mestichezza che ho acquisito nei confronti  della miseria della natura umana. Farò un viaggio, un viaggio per cercare me stessa. A che cosa serve cercarsi in giro per il mondo, se non riesco a sollevare lo sguardo davanti ad uno specchio? Che cosa voglio far credere a me stessa? Che ci sono esperienze che possono cambiarmi, è questa faccia evoluta che voglio vedere ora?
Quando viaggio e mi guardo attraverso gli specchi del mondo mi vedo sempre un poco più brutta: profonde occhiaie scavate, occhi rossi, pallore, grassezza. Non è che forse riusciamo a percepirci più marci di quanto non sembriamo nell’aleggio delle costanti riproduttive causali?
Forse sono davvero brutta, forse non esisto che al di là di uno specchio oggettivo, che è quello del mondo, davanti al quale nemmeno la più caustica delle autostime riuscirebbe a reggersi.
L’occhio indagatore della tua coscienza, sentirsi infallibili: io non ci ho mai creduto, percepisco la fragilità dentro le mie ossa, il loro continuo  oscillare instabile: riesco ad addormentarmi con lo scorrere del mio flusso sanguigno, al crepuscolo dell’ultima riga, solo che fino ad ora ho vissuto in capoversi.
Quante domande, quante afflizioni: che cosa sono io? Dov’è la mia intenzionalità?
Sapete che cosa succede? Succede che io non ci credo, non voglio crederci, tutto questo organizzare, programmarsi non fa per me. Ci sono condizioni a cui dobbiamo sottostare a cui, in realtà, non dobbiamo sottostare. Non esistono obblighi, ma esistono coscienze plagiabili, deboli, illuse. Non voglio perire sotto me stessa, ho bisogno di… aria.

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