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lunedì 17 dicembre 2012

Eutifrone o Sulla Santità/ 21 dicembre


Per quanto, inevitabilmente, mi sforzassi di distaccarmene, il mio peso continuava sempre a ricadere sulle discromie che aveva lasciato, indenni, sulle mie capacità psico-somatiche.
Ricordi forse il sei di febbraio? Ad annoiarsi di noie comuni e uniche, riportandoci alla sponda tanto bramata, in un passato davvero remoto. Ho ripreso ad amare le fantasie che non mi dissetano, gli scogli da cui non riesco a scendere se non appoggiandomici con inetti tentativi. Inerme. Ecco lo statuto delle volontà sradicate dalle proprie coscienze.
Odore di mare, quello che non vedo da…te.

21 dicembre
Forse ci sarà chi farà del  gran buon sesso. Io il 21 dicembre credo starò scrivendo forse in attesa di una risposta.
Non sono poi così tanti cinque piani di scale quando sei morto dentro.
Le luci e la città elettrica. Simili al paradiso, se il paradiso è illuminato.   
Che cosa aspetti a fare di te quello che sei? Cercarti in una bomboletta spray non credo ti servirà se non a farti sentire.
Vorrei che in questo momento, se io ti chiedessi di essere qui, cercheresti anche tu di aggrapparti alle uniche speranze che abbiamo, senza un futuro. Ho aggiustato troppe cose perché possano considerarsi riparate.
Quale pretesa ho nel riferirmi a un tu che nemmeno io conosco.
Quanti attimi dovrò aspettare soggiogante al mio io più dilaniato.
Forse il ventun dicembre dovrei fermarmi anche io ad aspettare del gran buon sesso. Forse il ventun dicembre sarà il giorno più inutile di tutta la mia vita.
Ricercarci dentro ad un pallone, tagliamo di pezzi di specchi rotti già rotte cose e regaliamoci per Natale, soldi non ne ho.
Ho forse bisogno di donarmi un qualcosa. Ci avvaloriamo del valore che cavalchiamo? Ci possediamo di più possedendo qualcosa che possiedono anche altri?
Ho bisogno di un marchio. Sono forse solo un numero, in attesa di qualche superstite cabina telefonica, aspettando che digitino il mio passaporto. Ricordo le estati, cerco di dimenticare tutti gli inverni.
Voglio smettere di puzzare di a-vita. Voglio smettere di dover bere litri di acqua di colonia per assomigliarmi. Non trovo che un ego sconfitto, se qualcosa mai ho potuto trovare accanto a me, la pelle morta di cento altre stagioni a raffinare le costanti del mio smarrimento.
Portici e note, sono note sulla morbida calce di questi muri la tua lingua che si posa su di me, alla ricerca di quello che puoi trovare solo nei miei occhi, distanti.
Forse riesco a darmiti solo a metà. Forse nemmeno a tre quarti. Credo invece di non riuscirci proprio.
Ripercorro la strada di quando mi sentivo, ho amato coricarmi a letto quella volta, ho sentito caldo, c’era l’ustione del mio presente che era così viva e così letale, da lasciarmi oggi carne viva. E sento il freddo come poi non lo sentite, sento le armi della mia stessa paura coricarsi con me. Sento le pagine di quel libro aumentare a dismisura. Non sento altro se non questo. E il passeggiare mi ricorda tutto quello che non ho mai vissuto, e il divagare mi ricorda mete che mai toccherò e lo scrivere, beh lo scrivere non mi ricorda proprio niente.
Sono filigrana su un piatto di mosche, solo gli eroi possono mangiare dopo essersi coricati, questa valanga di non senso mi palpeggia come una puttana al piano bar. Porto le autoreggenti dallo scorso inverno, porto tutto ciò che non voglio mi appartenga, anche solo per un minuto, sentirmi libera dalla mia inquietudine. Passo senza attraversare, binari che non collegano nulla se non vogliono farlo, farfalle allo stomaco: dio santo quante possono essere le beffe di questa cazzo di vita.
E che cosa sono io? Non lo voglio nemmeno sapere. Siamo solo a seicentoquattordici mila miglia di altezza dal precipizio della mia ripetitività. Lasciami morire sola. Scusami, è già tardi per avvertirti di quanto tu sia dal basso verso l’alto, solo una goccia di tutto il veleno che ho ingerito, anche se non fa effetto, anche se non smette di pungolarmi i tendini, questo disagio di iperventilazione cutanea.
Acronimo di sputarti in bocca.
Forse ho solo bisogno di un po’ di gran buon sesso. Forse non ho bisogno di niente. Forse è l’ora di scomparire, come un tratto di matita schizzato male, come una tempera sbiadita, come un acquerello sulla mia camicia bianca.
Volevo ritrovare a guardare me io stessa. Senza mediazioni, o forse si, senza esitazioni che si definiscano tali.
Posso solo assaporare, il gusto insipido di questa fottutissima giornata di novembre. Dicembre.

lunedì 10 dicembre 2012

Candeggina (esercizi a puro fine speculativo)


Se avessi potuto sopprimere
La voglia irrefrenabile dell’
Eliminarti dalla coscienza
Mia, avrei dovuto smettere
Di assumerti quotidianamente
in piccole e innocue quantità.


Estraendoti a forza satura
Collimano grazie estenuanti a
Divorare pezzi di me esposti
Che hanno sete di mare salato.

Estraniandoti come spina, spuma,
Impudicamente e ficcandosi
Imperitura stendo all’aria, te.

R.i.p.ulendoti di ogni per
(in)fezione che non esiste, paga;
Abito: grovigli articolati
in fetida [carne di animale.

Infliggendomi sublimi azioni
Che ricordino vacue il morire
                                                               [tuo. 


Ricordati di come sfioravano le rose
Di come i colori della carta in candeggina.

giovedì 15 novembre 2012

Sottrazione di memorie postume (ah[i], il presente) o perequazione novembrina parte seconda


Ripetere rebus ricchi di rime,
percorrendo parti proprie prive di pertinenza provata,
ricordarsi
recitando regole recalcitrate e raramente rituali.

Fingere folli fantasie finite tra farse,
 tagliando, togliendo, testando tarli di torrifici
[esistenziali.

Essere essenti encomi di
vite vissute vicino
 a distogliere diligentemente dal desiderio
[mio
 protuberanze esistenziali, essenzialmente parassitarie.


Precipitare parole per perdonare
A sé
Antiche, agili e arbitrarie ancore
                                                 [oramai arrugginite.

Consapevolmente
Ricordare
Fisse
Esitazioni
Perpendicolari
Alla
Carne
ritornando
fino,(perequando), al mio coagulato
                                                      [sangue.

lunedì 24 settembre 2012


Ricomponimi.

Languidamente spersi, niente abbondanze. Danze. Accoccolato su morbida pelle morta divori le mie bianche felicità.

Ho vissuto di morti serene, sono morta di vita privata. Quando partiranno queste bar(ch)e?

Desolanti si accompagnano senza rifugio nelle cabine dell’inverno più freddo, che abbiano mai resistito.

Riparami.

Riparami di oggetti che non si consumano, di amore violento. Vivimi. Vivo me, io.

Approfittami senza risvolti. Piegate le coperte. Accoglimi insensibilmente, le mani gelide.

Pregami di amarmi fino alla noia, che potrò promettere, a te, allora, un istante di ebrezza.

Spingimi.

Sotto.

Respingimi, senza toccarmi. E allora saremo da soli, senza di me.

Accompagnami.

Derubami.

È sotto le coperte ogni notte, si sentono i brividi, arpeggia rimorsi. Ruba la nausea, prima che si prenda tutto.

Privami.

Di ogni infelicità che possa abbuffarmi.

Dipingimi.

Quando sarò febbre.

Abbandonami.
(Quando) sarò cenere.


   Ricordali.



(Quando) in amore i ricordi belli/brutti ricordano e inneggiano il sé nel momento vissuto e vivono di immagini. Ricordti allora di me quando penserai al dolore che ti ho regalato, all’amore che non abbiamo mai smesso di pagare.

giovedì 6 settembre 2012

Lettere per ignoti


Mi manchi solo ad ogni respiro.

Una, due, tre: sono le sue parti che toccano il mio corpo, alternandosi. E’ solo uno sconosciuto. Che cosa diresti? Non ti arrabbieresti forse con lui, per il possesso che ora ha su di me?

Non ti sto pensando, non ti sto pensando, non ti sto pensando: sto facendo l’amore con lui, è solo sesso.

Non ti sto pensando. Come vorrei riuscire a non pensare ai tuoi capelli, alla tua barba che mi lascia un segno rosso sul viso: quando baciare diventa così naturale e non basta più.

Lo sbatto contro l’armadio, voglio mostrargli quanta forza ho, quanto io possa decidere chi essere con chi voglio, guarda come riesco a controllarmi anche senza di te. Lo sbatto più forte ed è così che capisce che deve levarmi la maglietta, velocemente.

È così dolce il modo in cui mi tocca, è quasi ponderato, come se tentasse di fare attenzione, come se già avesse inteso la mia fragilità. Non vuole spezzarmi, vuole solo sentirmi: forse gli piaccio davvero.
Cadiamo sul letto: è così piacevole che non ti scaccia via, mi fa solo immaginare che tra pochi secondi sarà tutto finito, ma senza di te. Non ci saranno i tuoi baci sulla fronte, non ci sarai tu ad alzare di nuovo le coperte: no, non ci sarai nemmeno questa volta.

Sto cercando di non pensarti, vattene via da qui, non ti riguarda.

Non se ne accorge che non ci sto dentro, va sempre più in fondo, è arrivato il momento: dai diglielo, faglielo capire che non ti va più. Ma forse è il caso di provare, forse tra qualche secondo?
Non ci crede, non gli va: forse è una di quelle persone che iniziata una cosa, la si finisce. 
[...]

È ora di vestirsi, di fingere ancora un poco e di chiudersi porte alle spalle. Di scendere cento gradini e sentire la gravità forzarti.

Ecco la strada: i rumori, i silenzi, gli ubriachi, la brezza fredda che ti sveglia e si vive, si vive!

Ecco il mio letto, le lenzuola non odorano di nulla, spegni la luce.
Sotto il cuscino c’è la tua maglietta: te ne sei andato anche da qui, ormai.

  Chissà a quante sussurrerai il mio nome toccando i loro fianchi umidi. Chissà quante volte invece non ci hai mai pensato.

(Track: Cretina- Verdena)

domenica 12 agosto 2012

Era maggio


Non si dovrebbe credere a storie come questa, non si dovrebbe arrivare al significato dello scorrere inarrivabile degli eventi. Eppure, prima o dopo, ci si trova catapultati davanti alla propria vita, in un presente che troppe poche volte rischia di appartenerti e come un estraneo cerchi di trovare le chiavi giuste per aprire le porte, per andartene via.
Sì: ho realizzato di non riuscire a vivermi completamente, come se non fossi io a calpestare il tempo a furia di occuparlo, ma sono gli attimi che poco a poco mi stanno crudamente divorando l’esistenza. Sotto la pioggia, la catastrofe del freddo, non dovresti forse correre a ripararti? O stai forse cercando di annullare tutte queste presunzioni moralmente etiche? Chi sceglie la propria vita? Non sono del tutto sicura che crogiolarsi nella disperazione della propria monotonia dipenda dall’essere monotoni, piuttosto sento di dover appartenere a una categoria di inettitudine che non è ancora stata inventata o che forse, laggiù, la società chiama fallimento. Mi riparo da queste prigioni poco consone sui testi che distruggono la storia: solo loro sono capaci di essere indipendenti da tutto ciò che gli altri vorrebbero farli essere, scelgono loro che cosa farti provare, ciò che tu sei per loro, ti pongono in una condizione piacevolmente irrinunciabile e opporvisi è inutilmente stupido. Amo Dostoevskij, anche se non so come si pronuncia perché nessuno di lui, me ne ha mai parlato. Amo Baudelaire perchè non ci sono poesie che non si sentono, più nel senso del feel.
E atti divinatori nei confronti di quell’amore che ti ha incastrato da qualche parte, la soluzione sta nel trovare quale scarpa esso ti abbia slacciato. Ripetutamente cadere verso il basso perché è tutta una fregatura e anche se ti promettono che l’amore è una gran cosa, in fondo non lo è mai stato. Ci sono momenti in cui credo che la tua presenza sia stata solo un pretesto nella mia vita, un pretesto per lasciarmi andare, come l’ombra del Belzebù che sognavo da bambina, che rideva, rideva e non smetteva, mai. Percepisco una sorta di dimagrimento intellettuale e tu ne sei la causa. Ecco come instupidirsi, non gratuitamente. Cercherò comunque di dimenticarti, perché non è giusto martirizzarsi per  il nulla che ora stai cercando di diventare, il tempo non premia, non cancella nemmeno, aiuta solo ad asettizzarci un poco, perché si mangia i ricordi e tu dovresti apparire solo un poco più sfocato, come le foto d’epoca i cui contorni sono poco chiari. A che ora smetterai di esserci? E così: déraciné, senza sentirsi se stessi nemmeno a letto, forse perché non è possibile provare l’esistenza di sé, forse perché siamo quello che siamo e non quello che immaginiamo essere.
Cercare delle leggi che dividano quello che applichiamo quotidianamente per rinvigorirci un poco, quello che serve per essere umani: a priori.

giovedì 31 maggio 2012

Ricordarsi di spegnere la luce. Ossessivamente (tormentare con illusioni)


Voglio morire qui, ora. Poi una botta che sale, esplodi. Gridamelo più forte, che mi ami. Ti prego.

M, la paura che ho di svegliarti, tu non immagini nemmeno quegli attimi a sopprimere il mio respiro per paura di svegliarti. Le braccia che tremano: sono da troppo tempo in questa posizione, o forse da troppo poco, sono venti minuti di pura felicità.
È ora di vestirsi, di andare, di ricominciare a sentire il tempo. Di desiderare: di nuovo. Ti ho sempre parlato di questa paura che mi affligge, te ne ho parlato poco prima di… non ricordi?

Dove posso trovarti M, io provo a rincorrerti, ma tu non ti volti M. Forse non faccio parte delle priorità M.
Che cosa cerchi dentro ad una pagina bianca, se ti ritrovi sparso in tanti piccoli e grandi io? Quante alternative ci sono a me? Che cosa vuoi mostrare fingendoti qualcuno che non sei?

Quando mi tenevi la mano e mi accarezzavi, che potevi  farmi del male M, e che ci ho provato da sola, piantando le unghie nella carne e non ti sentivo più sfiorarmi. E me lo hai regalato comunque, il dolore, M.

Io ho provato a cambiare, ma tu lo hai fatto più in fretta: è come se ti fossi spogliato delle tue stesse possibilità, è arrivato il tuo autunno. Ma io temo l’inverno.

Ti sei ingozzato di me M, ora peso 50 chili. Ora non ho più bisogno delle tue mani sui fianchi, M.

Si sono presi i miei piaceri, anche quelli più sgradevoli.  Mi hanno privato anche della ricerca di ciò che non si può trovare. E poi si sono presi anche te, M.

Io la chiamo anestesia, anaisthesìa.

Mi hanno detto che con il tempo saresti passato: cercherò, allora, di annullare il tempo.

lunedì 14 maggio 2012

Come una cura, giorno uno

10/04

Aspettare. Qualcosa che abbiamo deciso di non far più arrivare.
Dolorosamente. Notare come le scelte siano generatrici di eventi.
Pazientemente. Per la paura di perderti.
Arresa. Ti ho già perso.

Che cosa sono dentro una pagina bianca, senza piangere di un pensiero distante, che ora mi ricorderai e sarò lontana per poco tempo: inesistente.
Una foto ricordo di qualche giorno al mare, incessantemente ad amarsi sotto il sole. E come è strano servirsi di ricordi per annichilirsi o per evitare di svuotarsi dentro (?). E' collera per questo invisibile oggetto che annaspa sorridendo tra le nostre indecisioni.
Mondanamente baciarti, per mostrare. Un capolavoro.
Che cosa stai cercando, non ti è forse chiaro tutto questo? Cerchi garbugli alla luce del sole. Nasconditi dietro la roccia per non mostrarmi la tua versione di fine.

mercoledì 11 aprile 2012

A diversi tuoi tipi

Sto aspettando di sentirti piangere, forzato dall’umidità di questa uggiosa giornata d’aprile, soffocante e schiacciante. Soffiano lontane le giornate sperate dietro la luce di un led disastrato, a mangiare yogurt con lo 0,01% di grassi, per evitare di allargarsi e di poterti piacere un pochino di più.

Noiose le foto su questo rullino, parlano di me a metà, come se non riuscissero a catturarne l’altra parte, come se fosse impossibile superare la settima riga nera di quella t-shirt. Aggiungo colori, sperando possano rallegrare un poco quest’atmosfera gotica, paranoica e allo stesso tempo malinconicamente sgargiante.

Cerco il mio infinito ego sulle bolle in una vasca, guarda come si muove quest’acqua, sembra faccia un balzo ad ogni battito del cuore. Sono immobile di fronte a queste constatazioni artificiali, artificiose. Voglio andare al cinema, e avere qualcuno che appoggi la propria mano sulla mia gamba, solo per dirmi che c’è.

Nuotavo nella riserva di zuccheri gelosamente conservata dalla data della tua effettiva mancanza, non ho mai sperato di poterla svuotare effettivamente. Solo che gli effetti dipendono dagli affetti e le azioni, a volte, dalle distrazioni. Abbiamo sentito troppi rumori molesti insieme, abbiamo deciso che era ora di finirla e allora ti ho
cercato un poco, ho acceso la luce: solo in quel momento ho realizzato quanto fossero cresciuti i miei capelli. E allora ho deciso che sarebbe stato necessario tagliare quel filo di cotone che ci univa.

È davvero imbarazzante, come quando tento di cercare quelle pagine, scompaiano improvvisamente, come se capitassero nell’esatto momento della loro rivelazione. Non credo nei miracoli.

domenica 8 gennaio 2012

La pena che provo davanti agli specchi


Eravamo fatti della stessa sostanza, ma non riuscivamo a convincere i nostri corpi a mescolarsi omogeneamente. Ritornavamo sempre al momento prima di quel dopo troppo corto, di respiri affannati e gemiti repressi, respingevamo i pensieri per sentirci nell’abisso e cullarci sulle dolci note che il fruscio della nostra pelle batteva su un rigo musicale.
Mordevamo le nostre coscienze per rubarci le promesse che avremmo sfacciatamente ribaltato quando sarebbe stato opportunamente necessario e ci saremmo chiesti quanto egoista possa essere la ragione della natura.
Coltivavamo i nostri sogni su un campo di ortiche, in attesa di una punizione più forte, per smettere di violentarci, per “catarsizzarci”. Allungavamo le giornate smorzando i nostri baci, giusto per soffrire un poco e sentire il dolore dell’anestesia globale che recinta il mondo, volevamo solo fumare una sigaretta insieme, ma non sapevamo decidere quale fosse la giusta metà.
E discutendo su come dividere il mondo, disegnavamo cartine di oceani, quelli che avremo solcato una volta estinti. Dipingevamo anche viaggi, decidevamo di divertirci e di provarci, almeno per quella volta. Il vento che si voleva prendere il mio cappello nero, davanti all’ombra della Tour Eiffel .
Una colazione perfetta, a morire di fame per rasserenarci un poco, visto che la fine sembrava solo più vicina, e tu, che avresti calato pure il braccio per sollevarmi, e non rovinare la mia pura morte, per non macchiarci di colpe che avremo solo potuto nascondere sotto i lembi sdruciti delle tue lenzuola.