Il fanatismo. Il fanatismo di chi smette di fumare, il
respiro pesante alla seconda rampa di scale, come quello di chi fa sesso per la
seconda volta in una notte senza finestre.
Qualche ora dopo
Il profumo della Chesterfield Blue appanna i vetri della
camera, soffoca l’aria: allora moriremo di freddo. La finestra è in alto, per
impedirci di guardare fuori: cinque mura di una camera per distinguere la notte
dal giorno, le ore dai giorni.
La cenere è il mezzo migliore per lavare le lenzuola, per
levare le colpe, per sintetizzare con qualche anestetico lo sgomento da smog di
città. Una sottile riga l’attraversa, ma è superata dalle parallele: per
numero. Il moltiplicando è il dividendo, solo da una prospettiva che vedo da un
binocolo, la visibilità è sfocata dal riflesso del sole di una giornata di
pioggia.
Siamo già al filtro. Sono al filtro.
Tenue arancione partenopeo.
Il fumo è l’oro. Il fumo non è loro, posso confondermi senza
farmi trovare.
Il fumo è intenso.
La sigaretta è spenta.
La sigaretta è un mezzo.
Il fruitore dell’arte dovrebbe morire e con esso la
dialettica sclerotica del novecento. Del novecento primitivo, dei milioni del
secolo ininterrotto. Degli stralci d’opinioni che trascinano l’oppio. Il
populismo, il populismo del novecento deve morire e con esso la dialettica del
rapporto. I fiori devono perire. Gli esseri umani devono perire. Le cose devono
perire. Perire, decadence, differance.
Le mani screpolate. Le bolle del detersivo per piatti. I
cocci di coscienza e la blasfemia del suo apparirsi e schernirsi e nutrirsi di
piccole e grandi gioie che sono solo bolle del detersivo per piatti. I
crocifissi sulle quali appenderemo i punti della vita che abbiamo visto
crescere (deridendoli con sarcasmo),
della vita che è al filtro,
della vita che è spenta,
della vita che è un mezzo. Che premerò con prepotenza contro
il fondo sudicio di un posacenere.
LUCE A CORIANDOLO
Mi piace che ti stai divertendo. Mi piace che stai bevendo.
Mi piace la tua vita anche senza di me.
Solo alla sesta sigaretta, in quaranta minuti, realizzo che
forse mi piace più scrivere che pensare.
Mi disgusta a volte parlarti di me, cercando di arraffare
una prospettiva oggettiva e di propormiti come oggetto, scevro da qualsiasi
contaminazione pseudo-artistica tenti di appiopparmi.
Mi piacciono i salici piangenti e le fronde che accarezzano
il cemento, erodendolo e mischiando un poco di verde a quel grigiore che non ci
siamo neanche granchè meritati. Le interpretazioni ed i fatti. Esistono solo
fatti, interpretati: sto ancora bevendo acqua, per questa sera il mio fegato
sarà bianco sporco. Delle linee che ci dividono a metà di via Mascarella.
Paraffina liquida è le parole che non capisco: un buon
sapore, mischiato a quello della neve che non cade da gennaio scorso. Succube
del proibizionismo capitalistico a cui soggiaccio, scegliendo
autonomamente la pala, il padrone, la
siepe.
A dicembre sarà un anno, un anno di contamino.
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