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mercoledì 4 dicembre 2013

Orazione sconsolata (a metà novembre siamo a fine novembre)

Il fanatismo. Il fanatismo di chi smette di fumare, il respiro pesante alla seconda rampa di scale, come quello di chi fa sesso per la seconda volta in una notte senza finestre. 
Qualche ora dopo
Il profumo della Chesterfield Blue appanna i vetri della camera, soffoca l’aria: allora moriremo di freddo. La finestra è in alto, per impedirci di guardare fuori: cinque mura di una camera per distinguere la notte dal giorno, le ore dai giorni.
La cenere è il mezzo migliore per lavare le lenzuola, per levare le colpe, per sintetizzare con qualche anestetico lo sgomento da smog di città. Una sottile riga l’attraversa, ma è superata dalle parallele: per numero. Il moltiplicando è il dividendo, solo da una prospettiva che vedo da un binocolo, la visibilità è sfocata dal riflesso del sole di una giornata di pioggia.
Siamo già al filtro. Sono al filtro.
Tenue arancione partenopeo.
Il fumo è l’oro. Il fumo non è loro, posso confondermi senza farmi trovare.
Il fumo è intenso.
La sigaretta è spenta.
La sigaretta è un mezzo.
Il fruitore dell’arte dovrebbe morire e con esso la dialettica sclerotica del novecento. Del novecento primitivo, dei milioni del secolo ininterrotto. Degli stralci d’opinioni che trascinano l’oppio. Il populismo, il populismo del novecento deve morire e con esso la dialettica del rapporto. I fiori devono perire. Gli esseri umani devono perire. Le cose devono perire. Perire, decadence, differance.
Le mani screpolate. Le bolle del detersivo per piatti. I cocci di coscienza e la blasfemia del suo apparirsi e schernirsi e nutrirsi di piccole e grandi gioie che sono solo bolle del detersivo per piatti. I crocifissi sulle quali appenderemo i punti della vita che abbiamo visto crescere (deridendoli con sarcasmo),
della vita che è al filtro,
della vita che è spenta,
della vita che è un mezzo. Che premerò con prepotenza contro il fondo sudicio di un posacenere.

LUCE A CORIANDOLO
Mi piace che ti stai divertendo. Mi piace che stai bevendo. Mi piace la tua vita anche senza di me.
Solo alla sesta sigaretta, in quaranta minuti, realizzo che forse mi piace più scrivere che pensare.
Mi disgusta a volte parlarti di me, cercando di arraffare una prospettiva oggettiva e di propormiti come oggetto, scevro da qualsiasi contaminazione pseudo-artistica tenti di appiopparmi.
Mi piacciono i salici piangenti e le fronde che accarezzano il cemento, erodendolo e mischiando un poco di verde a quel grigiore che non ci siamo neanche granchè meritati. Le interpretazioni ed i fatti. Esistono solo fatti, interpretati: sto ancora bevendo acqua, per questa sera il mio fegato sarà bianco sporco. Delle linee che ci dividono a metà di via Mascarella.
Paraffina liquida è le parole che non capisco: un buon sapore, mischiato a quello della neve che non cade da gennaio scorso. Succube del proibizionismo capitalistico a cui soggiaccio, scegliendo autonomamente  la pala, il padrone, la siepe.

A dicembre sarà un anno, un anno di contamino. 

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