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giovedì 9 aprile 2015

Epigrafista pubblicista

Come stai? Io sto male. Sono un soldato caduto in guerra, annaspante, tra il fango di una lurida trincea scavata con la mia mandibola. Non riesco ad uscire nel mondo, che è come una porta a vetri di un Hotel a Venezia che gira, gira, gira. E io sono immobile, ed ho un orologio rotto, e sento il tempo trascinarmi verso terra, e smetto di sentire il tempo. Sono sola davanti ad una luce artificiale, ho il potere di spegnere qualsiasi cosa abbiano creato altri, ma nulla che sia di mia proprietà: quando deciderò di spegnere il mio corpo, esso obbedirà comunque alle leggi della fisiologia. Non controllo nemmeno una cellula, non posso pretendere di controllare che la direzione dei miei capelli. Che crescono verso il basso, che smettono di crescere. Che si spezzano, che cadono a terra e si decompongono senza destare nessun significato. Continuo a ingerire catrame, con ossessione e repulsione: io sono la mia sigaretta, amo et odio. Che stupido citazionismo da quarta superiore. Non so più nemmeno scrivere, non so più nemmeno annegare. Ecco che cos'ho imparato dalla mia magra inquietudine, la possibilità di lamentarmi incondizionatamente dell'incommensurabilità di un male che non esiste. E non troverà pace, perché non smetterà di non esistere. Siamo tutti scrittori al giorno d'oggi, epigrafisti pubblicisti. Il mio cuore sbatte contro il letto ingerendo una sensualissima ansia di esistere: ah, è tornato il tempo. E nel tempo conto lo spazio che occupo, che si deve ridurre a una briciola, che deve smettere di riempirsi di fumo e svuotarsi di marcio. Ho torto? Ho fame, e consumo spazio. é assunta signorina, ci servono delle cartoline dall'inferno. E so improvvisamente disegnare, tracciare ritratti, stracciare la mia esistenza che è lentamente sostituita, per peso, dal catrame che ingeriscono i miei polmoni. Smetto di chinarmi, di guardare i miei piedi dalla macchina fotografica dei miei occhi ad 1 pixel, che è l'amore che riesco a darti, che è l'amore che non riesco a togliermi. Sono insaziabilmente misera, non posseggo che un corpo, che è straziato dalla voragine dello spazio, che è la gola del tempo, che è il fondo dell'abisso del nero della mia pupilla che si mangia i colori. Sono ancora belli i tuoi capelli, il colore biancastro del tuo incarnato sano, della tua voglia di vivere, del tuo ingoiare sensazionalismi. Ismi. Voglio credere in un dio, in un dio che non possa morire, in uno che non possa che accogliere anche i cannibali.