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domenica 8 gennaio 2012

La pena che provo davanti agli specchi


Eravamo fatti della stessa sostanza, ma non riuscivamo a convincere i nostri corpi a mescolarsi omogeneamente. Ritornavamo sempre al momento prima di quel dopo troppo corto, di respiri affannati e gemiti repressi, respingevamo i pensieri per sentirci nell’abisso e cullarci sulle dolci note che il fruscio della nostra pelle batteva su un rigo musicale.
Mordevamo le nostre coscienze per rubarci le promesse che avremmo sfacciatamente ribaltato quando sarebbe stato opportunamente necessario e ci saremmo chiesti quanto egoista possa essere la ragione della natura.
Coltivavamo i nostri sogni su un campo di ortiche, in attesa di una punizione più forte, per smettere di violentarci, per “catarsizzarci”. Allungavamo le giornate smorzando i nostri baci, giusto per soffrire un poco e sentire il dolore dell’anestesia globale che recinta il mondo, volevamo solo fumare una sigaretta insieme, ma non sapevamo decidere quale fosse la giusta metà.
E discutendo su come dividere il mondo, disegnavamo cartine di oceani, quelli che avremo solcato una volta estinti. Dipingevamo anche viaggi, decidevamo di divertirci e di provarci, almeno per quella volta. Il vento che si voleva prendere il mio cappello nero, davanti all’ombra della Tour Eiffel .
Una colazione perfetta, a morire di fame per rasserenarci un poco, visto che la fine sembrava solo più vicina, e tu, che avresti calato pure il braccio per sollevarmi, e non rovinare la mia pura morte, per non macchiarci di colpe che avremo solo potuto nascondere sotto i lembi sdruciti delle tue lenzuola.