Eravamo fatti della stessa sostanza, ma non riuscivamo a
convincere i nostri corpi a mescolarsi omogeneamente. Ritornavamo sempre al
momento prima di quel dopo troppo corto, di respiri affannati e gemiti
repressi, respingevamo i pensieri per sentirci nell’abisso e cullarci sulle
dolci note che il fruscio della nostra pelle batteva su un rigo musicale.
Mordevamo le nostre coscienze per rubarci le promesse che avremmo
sfacciatamente ribaltato quando sarebbe stato opportunamente necessario e ci saremmo
chiesti quanto egoista possa essere la ragione della natura.
Coltivavamo i nostri sogni su un campo di ortiche, in attesa
di una punizione più forte, per smettere di violentarci, per “catarsizzarci”. Allungavamo
le giornate smorzando i nostri baci, giusto per soffrire un poco e sentire il
dolore dell’anestesia globale che recinta il mondo, volevamo solo fumare una
sigaretta insieme, ma non sapevamo decidere quale fosse la giusta metà.
E discutendo su come dividere il mondo, disegnavamo cartine
di oceani, quelli che avremo solcato una volta estinti. Dipingevamo anche
viaggi, decidevamo di divertirci e di provarci, almeno per quella volta. Il vento
che si voleva prendere il mio cappello nero, davanti all’ombra della Tour Eiffel
.
Una colazione perfetta, a morire di fame per rasserenarci un
poco, visto che la fine sembrava solo più vicina, e tu, che avresti calato pure
il braccio per sollevarmi, e non rovinare la mia pura morte, per non macchiarci
di colpe che avremo solo potuto nascondere sotto i lembi sdruciti delle tue
lenzuola.