Ogni qualvolta mi ritrovo a pensare di me stessa, noto, con
sfrontato disappunto la tua presenza, insidiatasi tra le pieghe della mia
piccola vita. Come è possibile vivere di ombre? O come è mai possibile vivere
paragonando il presente con qualcosa d’assoluto, di più alto, con qualcosa di…
vero? Non mi sforzo forse di condividermi abbastanza per poter provare quel che
con te era solo un piccolo protrarsi, di spalle, addossata ad un muro bianco e
freddo? Un angolo del mio disimpegno, un insignificante morso della mia
prematura ansia di essere.
Ostacolo alla mia realizzazione o forse ancora a cui
aggrapparmi quando le indicazioni saranno smarrite, quando cercandomi in un
caos di pure forme ritroverò il tuo spettro pronto a trascinarmi con sé. Il tempo
però fugge, non si comandano gli istinti della voglia, essa è per sé, distante
dalla mia cocente razionalità e soprattutto distante da te, sfondo poco
uniforme della mia sdentata coscienza. Licenziosità e quante altre cose, gli
esempi di ogni giorno. Perdonami (a lui) se ti paragono ad un esempio o se a
tale mezzo ti avvicino, ma che altro potresti rappresentare ora se non la
vacuità della tua stessa assenza?
Ho riflettuto, ma non sono abbastanza agile per arrampicarmi
alle possibilità, per afferrare, lasciandomi cadere, quello che veramente
cerco. Ho convissuto con i buoni propositi, ma loro vivevano in altre stanze, e
la notte, ascoltandoli rannicchiata, sul bordo del letto sprofondavo nei gorghi
della mia velata inquietudine.
Che cosa ne sarà di te? Che cosa ne sarà invece, di noi? A quanti
racconterai di me e di te, e quante volte, osservando il sole ad occhi nudi
proverai l’abisso che hai provato allontanandomi?
È come se ti guardassi svanire lontano, causa la mia miopia,
tra le foglie già verdi di quegli alberi, e tu a piantare nuove possibilità per
l’unica possibilità a cui hai mai creduto |non smarrirti|.
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