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lunedì 11 marzo 2013

Parafrasi da taschino


Ogni qualvolta mi ritrovo a pensare di me stessa, noto, con sfrontato disappunto la tua presenza, insidiatasi tra le pieghe della mia piccola vita. Come è possibile vivere di ombre? O come è mai possibile vivere paragonando il presente con qualcosa d’assoluto, di più alto, con qualcosa di… vero? Non mi sforzo forse di condividermi abbastanza per poter provare quel che con te era solo un piccolo protrarsi, di spalle, addossata ad un muro bianco e freddo? Un angolo del mio disimpegno, un insignificante morso della mia prematura ansia di essere.
Ostacolo alla mia realizzazione o forse ancora a cui aggrapparmi quando le indicazioni saranno smarrite, quando cercandomi in un caos di pure forme ritroverò il tuo spettro pronto a trascinarmi con sé. Il tempo però fugge, non si comandano gli istinti della voglia, essa è per sé, distante dalla mia cocente razionalità e soprattutto distante da te, sfondo poco uniforme della mia sdentata coscienza. Licenziosità e quante altre cose, gli esempi di ogni giorno. Perdonami (a lui) se ti paragono ad un esempio o se a tale mezzo ti avvicino, ma che altro potresti rappresentare ora se non la vacuità della tua stessa assenza?
Ho riflettuto, ma non sono abbastanza agile per arrampicarmi alle possibilità, per afferrare, lasciandomi cadere, quello che veramente cerco. Ho convissuto con i buoni propositi, ma loro vivevano in altre stanze, e la notte, ascoltandoli rannicchiata, sul bordo del letto sprofondavo nei gorghi della mia velata inquietudine.
Che cosa ne sarà di te? Che cosa ne sarà invece, di noi? A quanti racconterai di me e di te, e quante volte, osservando il sole ad occhi nudi proverai l’abisso che hai provato allontanandomi?
È come se ti guardassi svanire lontano, causa la mia miopia, tra le foglie già verdi di quegli alberi, e tu a piantare nuove possibilità per l’unica possibilità a cui hai mai creduto |non smarrirti|.

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