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sabato 6 dicembre 2014

"Quella che i comuni mortali chiamano Felicità"

La felicità vive nel ricordo, della sua miserabile inconsistenza.

Mai ho provato la felicità nella coscienza. Che essa sia una glassa di cui ricopriamo le nostre inautentiche memorie, è il verdetto.
L’autonomia dei nostri desideri si vivifica nella tendenza alla loro inattuabilità che compare come mancata occasione nel rimpianto del passato. E la mente mi inganna, graffiando la voracità del presente mai vivo, costantemente mi deruba. E vivo di ritagli di vissuti che non m’appartengono, di comodità che non ho provato, sulle lenzuola di un letto in cui non ho mai dormito. Dalla poltrona soffice di una stanza da cui non ho mai tratto strategie proiettive, ma solo sconsolati lamenti per un altro passato che mai mi è appartenuto. Un eterno rimando.

Il fumo di una candela che brucia: lentamente sporca il bianco pallido di un muro dipinto male, quasi impercettibilmente. La molle cera che modello tra le mani, il calore del mio corpo che è già troppo innocuo per infrangerne la forma. È impossibile, ancora, manipolare un grumo di cera.

Le lacrime scendono dai miei occhi, senza schernirsi. L’immagine che mi è stata privata rappresenta quel drappo bianco appoggiato allo schienale imbottito e morbido di quella sedia che non ho mai visto, che non ho mai toccato. È possibile invidiare se stessi?

Viviamo di un emblema che qualcuno ha creato per noi, che ha stupidamente intriso di occasionalità plasmandone un fonema sintattico. Per una parola ci struggiamo. Viviamo nell’illusione di un vocabolo che è un insieme di lettere accozzate insensibilmente.

F e l i c i t à, già il suono è stucchevole.

martedì 11 novembre 2014

Se mai legger (ai le mie colpe). Per un souvenir

Io sono in piedi, in equilibrio. I secondi, i minuti, le ore, i giorni i mesi che passeranno da una tua parola passeranno

e sono già passati

Mentre muoio Mentre ingoio il catrame delle righe orizzontali di una sigaretta, che si spegne

Il tuo pensiero.
Il tuo pensiero non lo posso toccare, né stringere. Non lo posso sgretolare con la forza delle mie braccia (che sono una croce). E tu ne sarai contento Mentre io ho la nausea del tempo. E sono appesa ad un volto, che vedo a metà.

Estragon è in piedi, in equilibrio.

domenica 24 agosto 2014

La mia vita è come un ex, o è una sostanza bifasica.

La mia vita è come un ex, o è una sostanza bifasica.

Mi trovo periodicamente costretta a cancellare tutto, a gettare ombre dal balcone, ricordi, sentimenti. Non rimane più niente, se non la granulosa sensazione di aver sgretolato qualcosa.

E odio terribilmente tutto ciò che le pertiene, tutto ciò che mi riguarda. È sempre la possibilità sbagliata, se tale, ad essere realizzata. Sento infine di dover smettere tutto questo, la necessità di bloccare il flusso del trascorrimento immobile della mia esistenza, saturo, soggetto ad un’infezione cronica.

La mia vita è una sostanza bifasica, che si presenta sempre separata dal suo altro elemento. Si può mescolare, ma dopo alcuni secondi tornerà a galleggiare, o a giacere sul fondo di un bicchiere. Non appartiene ad altro che alla sua denominazione fisica e non possiede altro se non un nome. Un’etichetta che la costringe ad essere sempre, imperturbabilmente, eterogenea. È talmente costretta entro la sua limitazione da ricettario chimico che non riesce nemmeno a far trapassare un sospiro. È come se avesse un muro davanti, e la sua eco rimbombasse per qualche secondo, ma rimbalzando come un pallone sgonfio.

Non c’è mai stato nessuno sulla sedia accanto, in sala d’attesa.

La parvenza, spesso innocua e reticente, di trascinarmi in qualcosa di vivo, si è adeguatamente rivelata, senza troppi complimenti, un brioso tête-à-tête tra cadaveri.

E ammetto con sincerità di biasimare costantemente il suo profilo libertario, il tentativo di aggrapparsi a parvenze di possibilità, il miglioramento, lo scuotimento. Ma a causa di questo tanto lodevole tentativo di movimento, percepisco solo una forte sensazione di vomito.



Un patetico alone patinato, no?

martedì 28 gennaio 2014

Parte prima svolgentesi dopo l'assunzione di un analgesico

Mi dispiace sta andando, per come la sto facendo andare.  Forse perché ci metto troppa filosofia, forse perché ce ne metto troppo poca.
L’incostanza è il segreto dei perdenti, e perdere è più facile di vincere. Non ti carica di responsabilità, e per come la morale (spiccatamente cristiana) ci insegna: chi perde è da lodare, perché ha un cuore che sa tenere il peso di mille sconfitte. Ma che cosa è perdere, che cosa è vincere? Forse desistere dalla tentazione di fare pena a se stessi è vincersi, è svincolarsi dal corrompere umano e sociale che ci rende così tanto, troppo umani.
Non ho nulla di divino se non la sola scommessa che posso plasmare me stessa, persino la fugacità dei miei piaceri, decidere quando finire di contare i binari che mi separano dalla felicità. È davvero così distante?
La moderna medicina ci dice che più o meno a settant’anni arriveremo, sciancati, ma ci arriviamo. Allora, da bravi saputelli del calcolo esponenziale posiamo le nostre speranze in cima alla nostra vita, calcolando che le cose migliori prima o poi arriveranno. E se non arrivassero mai? Forse sono già arrivate, forse ce le abbiamo già… è che siamo eternamente insoddisfatti: l’ingordigia che ci spinge al cannibalismo dell’ego proiettantesi.
Siamo per le lunghe storie, per il domani è migliore, per la ricerca, per lo sforzo, per i capelli da far crescere ( e in ogni centimetro è sedimentata una grande sfiducia nel domani). Addirittura la scrittura: una lettera da sola non è niente, le parole sono agglomerati che costruiamo. E le frasi, i libri, la cultura. Il grande calcolatore si specchia nell’umanità. Un lungo sifone che si getta in mare. Che m’importa: io premo, finisce tutto li.
Non ho mai vinto, non del tutto. Mi crogiolo nell’insoddisfazione e nessuno può biasimarmi. Amo così tanto l’incomprensione, un vago nichilismo da ventunesimo secolo distesa sul mio stesso cadavere.
Sono così cristiana, persino nel mio ateismo.
Pullulo di parole: isolamento da fatti. Da persone, da gesti, da carezze, da baci, da corpi. Non voglio sentire niente.
Il succo di limone su di una pupilla, goccia dopo goccia mi appanna la vista e così finisco di vedere che sono la parte, non il tutto. Che sono una testa e non un corpo. Che posso sentire il piacere, ma che lo violento.
Che sono solo una patetica cartolina con le firme fuori posto, solo il nome. Nome-oggetto.
Indicherò con l’indice gli sgretolatori della mia innocenza, che stanno tutti nella stessa scatola con la sola etichetta bianca: EUFEMISMI.

mercoledì 22 gennaio 2014

Nasce da una distrazione

Cancellare da un foglio non significa cancellare dalla nostra mente.

Siamo davvero condannati a tutto questo?

A poter godere di un tramonto come tutti gli altri, ma a sentirne lo sgretolare, come una colonna di tufo alla fine della sua storia. Disegnata sulla mia spina dorsale, con grazia, si spezza.


Per quanto continuerai a salire di tono, sarai sempre costretto ad inquinare le tue canzoni con un unico, finale tono grigio.