Per quanto, inevitabilmente, mi sforzassi di distaccarmene,
il mio peso continuava sempre a ricadere sulle discromie che aveva lasciato,
indenni, sulle mie capacità psico-somatiche.
Ricordi forse il sei di febbraio? Ad annoiarsi di noie
comuni e uniche, riportandoci alla sponda tanto bramata, in un passato davvero
remoto. Ho ripreso ad amare le fantasie che non mi dissetano, gli scogli da cui
non riesco a scendere se non appoggiandomici con inetti tentativi. Inerme. Ecco
lo statuto delle volontà sradicate dalle proprie coscienze.
Odore di mare, quello che non vedo da…te.
21 dicembre
Forse ci sarà chi farà del
gran buon sesso. Io il 21 dicembre credo starò scrivendo forse in attesa
di una risposta.
Non sono poi così tanti cinque piani di scale quando sei morto
dentro.
Le luci e la città elettrica. Simili al paradiso, se il
paradiso è illuminato.
Che cosa aspetti a fare di te quello che sei? Cercarti in
una bomboletta spray non credo ti servirà se non a farti sentire.
Vorrei che in questo momento, se io ti chiedessi di essere
qui, cercheresti anche tu di aggrapparti alle uniche speranze che abbiamo,
senza un futuro. Ho aggiustato troppe cose perché possano considerarsi
riparate.
Quale pretesa ho nel riferirmi a un tu che nemmeno io
conosco.
Quanti attimi dovrò aspettare soggiogante al mio io più
dilaniato.
Forse il ventun dicembre dovrei fermarmi anche io ad
aspettare del gran buon sesso. Forse il ventun dicembre sarà il giorno più
inutile di tutta la mia vita.
Ricercarci dentro ad un pallone, tagliamo di pezzi di
specchi rotti già rotte cose e regaliamoci per Natale, soldi non ne ho.
Ho forse bisogno di donarmi un qualcosa. Ci avvaloriamo del
valore che cavalchiamo? Ci possediamo di più possedendo qualcosa che possiedono
anche altri?
Ho bisogno di un marchio. Sono forse solo un numero, in
attesa di qualche superstite cabina telefonica, aspettando che digitino il mio
passaporto. Ricordo le estati, cerco di dimenticare tutti gli inverni.
Voglio smettere di puzzare di a-vita. Voglio smettere di
dover bere litri di acqua di colonia per assomigliarmi. Non trovo che un ego
sconfitto, se qualcosa mai ho potuto trovare accanto a me, la pelle morta di
cento altre stagioni a raffinare le costanti del mio smarrimento.
Portici e note, sono note sulla morbida calce di questi muri
la tua lingua che si posa su di me, alla ricerca di quello che puoi trovare
solo nei miei occhi, distanti.
Forse riesco a darmiti solo a metà. Forse nemmeno a tre
quarti. Credo invece di non riuscirci proprio.
Ripercorro la strada di quando mi sentivo, ho amato
coricarmi a letto quella volta, ho sentito caldo, c’era l’ustione del mio
presente che era così viva e così letale, da lasciarmi oggi carne viva. E sento
il freddo come poi non lo sentite, sento le armi della mia stessa paura
coricarsi con me. Sento le pagine di quel libro aumentare a dismisura. Non
sento altro se non questo. E il passeggiare mi ricorda tutto quello che non ho
mai vissuto, e il divagare mi ricorda mete che mai toccherò e lo scrivere, beh
lo scrivere non mi ricorda proprio niente.
Sono filigrana su un piatto di mosche, solo gli eroi possono
mangiare dopo essersi coricati, questa valanga di non senso mi palpeggia come
una puttana al piano bar. Porto le autoreggenti dallo scorso inverno, porto
tutto ciò che non voglio mi appartenga, anche solo per un minuto, sentirmi
libera dalla mia inquietudine. Passo senza attraversare, binari che non
collegano nulla se non vogliono farlo, farfalle allo stomaco: dio santo quante
possono essere le beffe di questa cazzo di vita.
E che cosa sono io? Non lo voglio nemmeno sapere. Siamo solo
a seicentoquattordici mila miglia di altezza dal precipizio della mia
ripetitività. Lasciami morire sola. Scusami, è già tardi per avvertirti di
quanto tu sia dal basso verso l’alto, solo una goccia di tutto il veleno che ho
ingerito, anche se non fa effetto, anche se non smette di pungolarmi i tendini,
questo disagio di iperventilazione cutanea.
Acronimo di sputarti in bocca.
Forse ho solo bisogno di un po’ di gran buon sesso. Forse
non ho bisogno di niente. Forse è l’ora di scomparire, come un tratto di matita
schizzato male, come una tempera sbiadita, come un acquerello sulla mia camicia
bianca.
Volevo ritrovare a guardare me io stessa. Senza mediazioni,
o forse si, senza esitazioni che si definiscano tali.
Posso solo assaporare, il gusto insipido di questa
fottutissima giornata di novembre. Dicembre.