è tempo di scrivere, di scrivere della nostra vita.
leggo un libro, e poi un altro, alla ricerca di un mezzo per raggiungere l’assoluto. Che è statico, che non è una rincorsa, che è un fiore da cogliere dentro di me (e da quel mazzo di erbe selvatiche tra cui si nasconde un papavero che troppo spesso appassisce, ma che nella pioggia ritrova l’acqua con cui dissetarsi).
e da un mazzo di ortiche nasce l’uomo, la coltre dei suoi fitti capelli che spazzolano tutta la cenere delle notti passate insonni, abbracciati ad un vuoto che si ha solo dentro. lo spazio è riempito d’aria, infatti.
nulla è nulla.
e semino, dalle bucce nascerà la terra, la terra fertile, ma è ora di gettare. o di pro-gettare, di uno slancio in avanti, oppure indietro, per recuperare le terse lacrime e trasformarle in acqua, rimuovendone il sale.
e anche se brucia, bruceremo la terra e ne faremo crescere degli ulivi, da cui raccoglieremo degli amabili frutti. e ci sazieremo, mangiando la vita che abbiamo dentro, nutrendoci dell’abbondante spirito che abbiamo costretto, rivalutando il vuoto, commiserandone l’assenza.
nulla è nulla.