E come le tue mani si intrecciano per dare vita a origami di fiori, i petali del ciliegio si infrangono a terra turbando il silenzio di una notte maestosa, al riparo dalla luce del sole.
I tuoi capelli di seta che piano, piano scappando dal mare dei tuoi occhi, si rifugiano in tremule ombre, sotto le dita dei tuoi piedi candidi.
E il profumo di legno che mi invade, spazi infiniti e perversioni leggere, camminare è solo volare, posarsi su una cupola d’aria e lasciarsi trascinare dalla forza di gravità.
È la malinconia che ti possiede, mentre ti siedi e guardi fuori dalla finestra, il vuoto della notte, i pensieri che si perdono, in una landa desolata, senza luce, senza misteri.
Guarda come riesco a immaginare un mondo perfetto, senza toccare la realtà, fili di rame che avvolgono rose, le spine che ti pungono e premono contro la carne. Il sangue che sgorga, lento, senza fermarsi, sono quelle lacrime di sale che ti bagnano le guance, e tu soffri. Tu non vuoi soffrire, ma soffri. E non ne conosci la ragione, ne la via d’uscita. È una sicurezza che ti penetra il cervello, e non ti lascia, è una certezza che affila e ribalta la ragione che si smembra.
Non c’è bisogno di alzarsi, la vita si siede, si contempla, si rivolge da un’altra parte.
Il volto della giovinezza in un quadro d’estate, i papaveri che pian, piano appassiscono, il grano che lentamente si sparge al vento, l’azzurro che stona, si sbava sulla tela e cola sul muro della mente, una tempesta lava gli alberi secchi, gli arbusti spezzati, il terreno dove non cresce più erba.