Mi hanno detto che dovrei svegliarmi prima, il mattino, per
godere di quell’incesto che fanno le foglie quando si posano sul terriccio
umido, inghiottite dalla fame della natura: infondo sono solo in prestito.
Hanno pianto, tutti in piedi intorno ad un letto, il
lenzuolo bianco calato fino alla testiera del letto, attenti a non vedere ciò
che per una vita abbiamo tentato vanamente d’adornare. I contorni che si
rivelano umani, uno strano gioco di forme, l’intuizione, la consapevolezza che
un corpo morto non può respirare. Le parole che si sfumano, tolgono la carta da
parati con le unghie, ci sono cocci di bottiglia che continuano a cadere dal
soffitto e non ho mani per proteggere la nuca. Quali bisogni ci sono? Quale
retorica sorda si è impossessata del viso di quell’uomo che non riconosco più.
Dicono che le rose siano forse il fiore più pregiato, ti regaleremo allora un
mazzo di rose rosse. La prima, l’ultima, nota che abbiamo sentito insieme, il
fragore di quando due voci intonano lo stesso tono, solfeggiando l’aria
dell’estate che si sta per spegnere. È autunno. Sarà inverno. Forse non per
noi. Sarà domani, e dopodomani, e ancora, e ancora, conteremo i minuti che
mancano al viaggio a cui ogni giorno siamo costretti a pensare. In quel giorno
voglio solo confondermi con le foglie, cadere a terra e in un orgasmo essere
inghiottita nella profondità del suolo.
Armi contro: lettera ad un infame, lettera alla fame.
Demiurgi di se stessi. La passività del contatto con Altri.
Ubiquità.
Sprofondo nella folla. Hanno gambe troppo grosse per poter
volare via, una mole onerosa, ancorati alla bestandigkeit della loro lucida
insipidezza. Contro chi vorresti armarti se non contro il riflesso di te
stesso, le spalle contro il muro.
Quanto posso reprimere quello che ho dentro, quanto posso
mostrarmi forte davanti a me stessa. Dopo un sorso di birra guardarti allo
specchio diventa la porta per conoscere il mostro.
Abbandonati a. Odio la tua presunzione, la tua scarna
consapevolezza del lato medio della vita. Vivido scarto di vita che ho tra le
dita, come polvere torneremo ad essere polvere. Quanto è strano, non riesco a
percepirmi, non riesco a leggermi dentro, conosco tre lingue, ma non riesco a
parlare con me stessa.
A gara, a chi sale per primo sul tram. Abbiamo solo altre
centottantatrè fermate, prima di poterci dichiarare stanchi, di decidere di
smettere e morire come i cani in una città di cemento, dietro un muro che puzza
di piscio.
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