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giovedì 10 gennaio 2019

Corrispondenze

Ho sperato che ci fosse il tuo nome a ricordarmi il numero dei gradini da salire, la direzione verso cui spingere la chiave della porta di casa, il tappeto marrone di crine su cui passare le mie scarpe di pelle, vicino al porta ombrelli.
Lì scivolato dal portalettere verso terra, inciso sulla carta sbiancata al cloro, in blu.
La pressione della tua calligrafia tanto forte da lasciare il segno sul foglio strappato, piegato convulsamente dentro la busta, la tua saliva sulla colla per chiuderla, anche se ne detesti il sapore.

Il numero delle lettere che lo compongono è lo stesso dei passi che servono ad attraversare il corridoio alla veneziana, dopo aver appeso il cappotto di lana all'ingresso.
Prima di appoggiare la busta sul tavolo di formica, sposto la tovaglia e desidero ardentemente una sigaretta. 
Espiro il fumo seduta al tavolo: penso che non ci ho trovato nulla nella buca delle lettere oltre ai depliant ruvidi e imbrattati del supermercato sotto casa e mi viene da ridere.
Immagino che magari sia volato via quel tuo nome o che sia caduto dalla borsa del postino. Forse hai solo dimenticato di metterci il francobollo sulla busta, prima di imbucarla. Magari sei arrivato fino alla cassetta delle lettere sotto casa mia, solo per assicurarti che il mio cognome fosse ancora scritto sul campanello, ma non ci hai fatto caso che a sbiadirlo era stata la pioggia dei mesi autunnali. 
Inspiro il fumo e sorrido ancora pensando che a noi sui tavoli piaceva farci l'amore distesi, mezzi vestiti. Ho smesso di fumare, ormai da un po'.
Chissà quante lettere avremmo potuto ricevere in questi mesi, in questi anni, chissà quante altre ne avremmo potute spedire.

Mi sono ritrovata spesso, tornando verso casa ponte dopo ponte, ad immaginare che avrei potuto trovarti seduto ad aspettarmi sopra il divano viola sintetico. 
I muschi sui muri degli edifici di Venezia sono come le nuvole che guardavamo distesi sul prato di quel parco, dopo aver rinunciato ad andare al lago: ci dicevano che sarebbe piovuto quel giorno. 
I cumuli di nembi stanno lì a ricordarci, oggi come ieri, che il cielo è un foglio di carta azzurra e i muri di mattoni invece, enormi facciate a quadri su cui ricalchiamo la forma del nostro inconscio, così schietto e spontaneo, così privo di inibizioni, pronto a svegliarci la notte mentre sogniamo di cadere da un binario sospeso nel vuoto. Sono forse lettere che costantemente spediamo a noi stessi.
Chissà se alla fine un giorno qualsiasi accadranno tutte quelle cose che non facciamo accadere, chissà poi quella busta che fine ha fatto.