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giovedì 12 settembre 2013

Non ho abbastanza fantasia

Mi hanno detto che dovrei svegliarmi prima, il mattino, per godere di quell’incesto che fanno le foglie quando si posano sul terriccio umido, inghiottite dalla fame della natura: infondo sono solo in prestito.
Hanno pianto, tutti in piedi intorno ad un letto, il lenzuolo bianco calato fino alla testiera del letto, attenti a non vedere ciò che per una vita abbiamo tentato vanamente d’adornare. I contorni che si rivelano umani, uno strano gioco di forme, l’intuizione, la consapevolezza che un corpo morto non può respirare. Le parole che si sfumano, tolgono la carta da parati con le unghie, ci sono cocci di bottiglia che continuano a cadere dal soffitto e non ho mani per proteggere la nuca. Quali bisogni ci sono? Quale retorica sorda si è impossessata del viso di quell’uomo che non riconosco più. Dicono che le rose siano forse il fiore più pregiato, ti regaleremo allora un mazzo di rose rosse. La prima, l’ultima, nota che abbiamo sentito insieme, il fragore di quando due voci intonano lo stesso tono, solfeggiando l’aria dell’estate che si sta per spegnere. È autunno. Sarà inverno. Forse non per noi. Sarà domani, e dopodomani, e ancora, e ancora, conteremo i minuti che mancano al viaggio a cui ogni giorno siamo costretti a pensare. In quel giorno voglio solo confondermi con le foglie, cadere a terra e in un orgasmo essere inghiottita nella profondità del suolo.

Armi contro: lettera ad un infame, lettera alla fame.
Demiurgi di se stessi. La passività del contatto con Altri. Ubiquità.
Sprofondo nella folla. Hanno gambe troppo grosse per poter volare via, una mole onerosa, ancorati alla bestandigkeit della loro lucida insipidezza. Contro chi vorresti armarti se non contro il riflesso di te stesso, le spalle contro il muro.
Quanto posso reprimere quello che ho dentro, quanto posso mostrarmi forte davanti a me stessa. Dopo un sorso di birra guardarti allo specchio diventa la porta per conoscere il mostro.
Abbandonati a. Odio la tua presunzione, la tua scarna consapevolezza del lato medio della vita. Vivido scarto di vita che ho tra le dita, come polvere torneremo ad essere polvere. Quanto è strano, non riesco a percepirmi, non riesco a leggermi dentro, conosco tre lingue, ma non riesco a parlare con me stessa.


A gara, a chi sale per primo sul tram. Abbiamo solo altre centottantatrè fermate, prima di poterci dichiarare stanchi, di decidere di smettere e morire come i cani in una città di cemento, dietro un muro che puzza di piscio.