Sto aspettando di sentirti piangere, forzato dall’umidità di questa uggiosa giornata d’aprile, soffocante e schiacciante. Soffiano lontane le giornate sperate dietro la luce di un led disastrato, a mangiare yogurt con lo 0,01% di grassi, per evitare di allargarsi e di poterti piacere un pochino di più.
Noiose le foto su questo rullino, parlano di me a metà, come se non riuscissero a catturarne l’altra parte, come se fosse impossibile superare la settima riga nera di quella t-shirt. Aggiungo colori, sperando possano rallegrare un poco quest’atmosfera gotica, paranoica e allo stesso tempo malinconicamente sgargiante.
Cerco il mio infinito ego sulle bolle in una vasca, guarda come si muove quest’acqua, sembra faccia un balzo ad ogni battito del cuore. Sono immobile di fronte a queste constatazioni artificiali, artificiose. Voglio andare al cinema, e avere qualcuno che appoggi la propria mano sulla mia gamba, solo per dirmi che c’è.
Nuotavo nella riserva di zuccheri gelosamente conservata dalla data della tua effettiva mancanza, non ho mai sperato di poterla svuotare effettivamente. Solo che gli effetti dipendono dagli affetti e le azioni, a volte, dalle distrazioni. Abbiamo sentito troppi rumori molesti insieme, abbiamo deciso che era ora di finirla e allora ti ho
cercato un poco, ho acceso la luce: solo in quel momento ho realizzato quanto fossero cresciuti i miei capelli. E allora ho deciso che sarebbe stato necessario tagliare quel filo di cotone che ci univa.
È davvero imbarazzante, come quando tento di cercare quelle pagine, scompaiano improvvisamente, come se capitassero nell’esatto momento della loro rivelazione. Non credo nei miracoli.
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