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giovedì 31 dicembre 2015

Nuda est veritas

Flebile conoscenza

Insipienza. Costernarsi in vista di un fine. Che fine condividiamo mondo? Condividiamo un fine? Come possiamo anche sono ripararci nel tentativo creazionista di una soluzione abbracciante le scarse attitudini dell’uomo a vincere e vincersi. Padrone di che cosa, uomini, uomini soli, uomini a metà.

O meta?

Sesso sporco, che cosa cerco. Dentro una pagine bianca.

23/05/13
Diario di insipienze
Tu non immagini quanto sia l’attrito che questo treno ha sui binari. Nonostante tutto è salvifico: non appartengo né a questo, né a quello, sono in un impagabile e dannato stato di limbo.
In che cosa ci è dato credere, oggi?
Quanto i miei occhi tentano di evadere da questa multiforme realtà per ripararsi nel buio del sonno, un unico colore, nessuna fatica, nessun ripensamento. È un rifugio dove non posso far altro che contemplare il già contemplato. Credi tu nella realtà dei sogni? È forse un prostrarsi a se stessi, desidero(si) di essere padroni delle proprie costanti incoerenze?
Tento di sottrarmi dalla stanchezza che il mio corpo porta, per la breve pausa fisiologica che gli ho concesso, che cos’altro potrei desiderare se non di poter vivere ogni istante del mio esser qui usandolo e straziandolo, spappolando ogni singolo secondo della mia vita?
Come posso chiudere i miei occhi, e sottrarli da questa miriade di colori che si appropria di me e mi cerca, molestando a forza, quello che sempre tentiamo di nascondere a noi stessi.
Potrei dirti che mi manchi, ma sarei una bugiarda. Come potrei anche solo pensare la tua mancanza se sei una parte di me? L’unica mutilazione che provo è il non essere franca nei tuoi confronti.
Di che cosa dovremmo parlare ancora? O meglio di che cosa già abbiamo parlato, sfrontatamente se non della nostra incapacità di parlarne?

Siamo in arrivo a Ferrara.



Allontanarsi dalla linea gialla. Quante risposte a comando si nascondono dietro a una semplice striscia di vernice che percorre il cemento per circa due chilometri. Che musica dovrei ascoltare? Provo una docile incoscienza.  Anche per me è stato il giorno più bello. Forse perché eravamo talmente estraniati dal contesto ce ci siamo com-portati come veramente volevamo mostrarci. Sono un’inguaribile nostalgica. E si ora sto piangendo. Perché non credo nella felicità, ma credo che la mia memoria possa essere quanto di più prezioso ho, ora.

Che cosa devo confessarti, che già non sarebbe uno stupido ridurre quello che sento a uno schema razionale. PRIMA IL PENSIERO E POI IL LINGUAGGIO. Quante pretese queste meta filosofie che tentano di ridurre l’invano in concetti. Questi concetti. Quali concetti. Come potrei far uscire quello che ho qui dentro senza compromettermi, senza compromettere quello che mi circonda. Forse per la purezza di quello che sento, ridurlo attraverso filtri non sarebbe un mero sporcare, insozzare?

Quante nuvole ci sono? Riusciremo forse a contarle tutte, oggi?

Ho raccolto un papavero, e non puoi immaginare quanto sia stato stupido privarlo. Che stupido gesto. Ma sono labilmente corrotta dalla bellezza. C’è un papavero nel tuo libro. E quel papavero rosso sono io. Quanto amo i papaveri. Prima o poi sarà costretto a seccare, ma non a marcire, l’ho accuratamente privato della possibilità di decomposizione. E come può materia eterogenea decomporsi ed omogeneizzarsi con il resto? I papaveri crescono  nei luoghi più repellenti  e sporchi, aridi e quando vengono strappati  dalla terra privati della loro propria linfa, appassiscono.


Scriverò ogni volta che non riuscirò a bastarmi, scriverò ogni volta che non potrò farlo a te. Scriverò per non privare entrambi.



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