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sabato 19 dicembre 2015

Fabio Refosco: una riflessione


Fabio Refosco gioca, gioca con il caso. Le forme nere che si fanno spazio spingono la trama bianca, non possono esaurire il proprio significato all’interno della propria cornice: è come se quelle “macchie” di colore reclamassero una genealogia.
L’opera di Fabio è il respiro di una profonda leggerezza, e per penetrarla  non basta che un sospiro. Tutto il suo lavoro sembra ripercorribile attraverso dicotomie, coppie di contrari che però trovano nel proprio opposto complementarietà e giustificazione. Nei suoi "Fiori del male", per esempio, la bellezza e la fragilità dei soggetti nasce da un gesto di violenza, l’immobilità del nero si riempie di significato solo nella densità del bianco. La leggerezza inconsistente delle bolle, invece, è pro-gettata in assenza e si completa con la pesantezza e la densità dei cementi.  

Margherite nere, PH Enrico Loreni


 Le sue filiformi margherite sono il risultato di una ricercata gestualità: l’artista conosce dal principio la traiettoria del suo “pennello” eppure non può sottrarre il proprio risultato al caso, a quell’ignoto spazio a cui la probabilità dedica i propri sforzi. Quel libero gioco di cui ci parla Fabio è uno studio, è una ricerca scrupolosa delle leggi che domano questa casualità. Il pennello dell’autore è una frusta di corda, il cui brutale scatto al contatto con la lastra produce un esile fiore nero. La violenza insita nel gesto viene educata alla bellezza dal fortuito, si colora di un sentimentalismo minimale, si piega alle leggi dell’attrito. 
Le possibili interpretazioni si spogliano  di qualsiasi caricatura e inestetismo concettuale rivelando una catarsi. Il bello è in quel bianco vuoto che separa gli steli, che gli conferisce presenza, quel vuoto che in realtà è il colore stesso, che è figura e paesaggio. L’artista sceglie con piena coscienza di non usare altri colori, con questo duo cromo sa di esaurire tutte le possibilità.


Bolle
Nelle bolle esiste un’inversione di questo processo: con un soffio leggero l’artista accompagna le bolle di sapone e acrilico fino alla superficie che ne infrange improvvisamente la forma.
La bolla, dopo lo scoppio continua a persistere, ma in assenza. Si mantiene positivamente, in apertura, sporca lo spazio trasfigurandosi mimeticamente in un firmamento di piccole macchioline. Ecco emergere da questo lavoro un altro concetto che fa da cardine all’opera dell’artista: il peso, la gravità. 

Le bolle ci rimandano allora ai cementi: forme inermi, solide, inattaccabili… eppure la loro compattezza impedisce loro di muoversi, di cercare equilibrio nell’aria, di infrangersi. Ma se nell’iter artistico la bolla si distrugge per ricrearsi metaforicamente, il cemento persiste racchiudendo e proteggendo la fragilità di un piccolo plexiglas.

Cementi


Un altro tassello fondamentale è rappresentato da Mirror: l’opera è racchiusa all’interno di un guscio di plexiglas. Sembrerebbe impossibile riscontrare una presenza luminosa nel nero, eppure il materiale plastico riflette lo spettatore, che si immerge nella calma immobile e sigillata del colore, diviene la sua parte complementare e rappresenta, infine, il compimento dell’opera.

Mirror, 2014


Fotografie di Enrico Loreni.


Dove trovare Fabio e le sue opere:

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/farebach

Sito personale: http://www.fabiorefosco.com/

























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