Il particolare progetto della fotografa mestrina Francesca De Pieri si sviluppa attraverso un percorso di Memory box, ovvero scatole capaci di evocare delle memorie; esse non rappresentano altro che una collezione di fragili istanti che si assolutizzano nel gesto fotografico.
La fotografia, qui, è pratica quotidiana imbevuta di un significato profondo in quanto il tentativo dell’artista è quello di racchiudere il ricordo in una scatola che lo protegga dalla feroce intransigenza del tempo e che nell'immobilità del prodotto fotografico sembra finalmente cessare.
La
fotografia ha per Francesca un carattere terapeutico: tutti i luoghi ritratti, infatti, prima di avere valenza
puramente rappresentativa, sono il racconto di un momento intriso di empatia e
memoria personale. L’artista infatti ha
già familiarità con questi luoghi, appartengono ad un vissuto personale, e da memorie sono arrivati a costituirne l'identità.
È
interessante notare come, nell’atto conservativo, quasi di negazione, insito nel sigillare le sue box,
Francesca sia conscia anche di aprirne timidamente un lembo per permetterne, a chi
ne è attratto, di immergersi nella tridimensionalità della Memory box.
La
terapia diviene qui catarsi:
lo spettacolo ha ormai avuto luogo, la tragedia si è consumata, ma è proprio
nella sua fine che si rende inattaccabile la possibilità della sua evanescenza. L’impegno in questo senso avviene
attraverso la scelta di colori forti e brillanti, di luoghi protetti e nascosti
(come nella serie Ti sarà propizia di
letizia e riposo), o addirittura abbandonati (evidente soprattutto in Father’s Life) che sono essi stessi
memoria e patrimonio, ma questa volta collettivo.
Nella tecnica della
doppia stampa che caratterizza la stratificazione delle box sembra essere nascosta la chiave di lettura della sua opera: la base è una tradizione carta da stampa
fotografica, emblema della
fotografia tradizionale e forse metafora di una rappresentazione fedele,
concreta ed esatta della realtà. Nella seconda stampa, invece, quella
fisicamente più vicina allo spettatore, l’immagine è riprodotta su
plexiglas, un materiale plastico artificiale, creato in laboratorio attraverso
dei procedimenti chimici e meccanici.La stampa su questo materiale costringe alla rinuncia del colore bianco che si annulla, rimpiazzato dalla trasparenza del plexiglas. Ed proprio nell'assenza di questo colore che prende vita un paesaggio quasi onirico i cui contorni sono poco definiti e labili: rimandano poeticamente al carattere artificioso e rarefatto del ricordo umano.
La
sovrapposizione di due elementi così eterogenei risulta nel complesso armoniosa:
quella che si viene a creare è un’unica immagine, è anzi caratterialmente
più vivida di una semplice cartolina descrittiva.
L'ultima chiave di lettura proposta è quella del riconoscimento: l’occhio di Francesca che spia dalla macchina fotografica riesce meticolosamente a strappare il muschio da quelle statue, a
ricomporre l’intonaco di quel muro finemente affrescato, mentre quello spettatore che li osserva riesce nell'impresa di riconoscere e conferire un carattere di presenza a quei luoghi dimenticati, ma concretamente presenti negli scatti quella dell’eternità del ricordo.
Dove trovare Francesca e i suoi lavori:
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/frdepieri/
Sito Web: http: francescadepieri.tumblr.com
Le fotografie appartengono a diverse serie di Memory box tutte visionabili nelle pagine dell'artista.
Tutte le fotografie utilizzate in questo post sono di proprietà di Francesca De Pieri.
Biografia essenziale
Francesca De Pieri nasce a Mestre (VE) dove tuttora risiede e lavora.
Francesca De Pieri nasce a Mestre (VE) dove tuttora risiede e lavora.
Nel 1998 si iscrive all’ Accademia di Belle Arti di Venezia, nel 2001 grazie al progetto Erasmus, frequenta la Facultad de Bellas Artes San Carlos di Valencia (Spagna), consegue il diploma in pittura nel 2003 e nello stesso anno si iscrive al corso di Laurea Specialistica in Progettazione e Produzione Arti Visive (ClasAv) presso la Facoltà di Design e Arti di Venezia diretta da Angela Vettese, qui frequenta i laboratori di Antoni Muntadas, Hans Ulrich Obrist, Lewis Baltz e Guido Guidi, laureandosi nel 2006. Si dedica così alla fotografia, al di video e al design. Espone, tra gli altri, presso gli spazi:Fondazione Arnaldo Pomodoro (MI), Cittadellarte-Fondazione Pistoletto di Biella, Fondazione Francesco Pasinetti (VE), Fondazione Bevilacqua La Masa (VE), Fabbrica per l’Arte Borroni (Bollate, Milano), Progetto Airswap_Manifesta7 la Biennale Europea di Arte Contemporanea di Rovereto, Instituto de Cultura Alicantino Juan Gil - Albert (IAC), Fundacion Museo del Calzado de Alicante (Spagna), Gran Teatre Antonio Ferrandis di Villa de Paterna di Valencia (Spagna).














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