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lunedì 21 settembre 2015

La fenditura

Ferito di guerra,  al mattino mi sveglio
e investo la mia speranza nel pentimento.  
Lo filtro con luci spente, da vetrate bianche ricoperte di calcare  
e mi sforzo di ricordare la mia madrepatria congiungendo le mani,
ma non mi sovviene nessun luogo, meglio forse morir di fame. 
Prego così le mie membra, le cui ipostasi sono un solo dio.  


 Adempio agli oneri di una vita che ho sfilata,
come il cotone dalla sua cruna.
Una canicola di operai lavora mentre io,
affaccendata a perdere la memoria di ciò che non sono,
mi ridesto nella polvere che corrode le loro povere mani  
e mi imbarazzo d’esser viva.
Allora sento che esser morti è forse meglio che esser qui,
poiché nel ricordo, almeno,  vi si insidia una vacua mestizia.


Le lusinghe solo ad una tavola imbastita male:
sulla destra le posate, a sinistra un compagno scanzonato
beve vino scadente, compiange un’atea per la sua innaturale sobrietà.
Mi servo di uno specchio per vedere chi io sono:
mi amareggio del mio impalpabile aspetto.


Scrivendo articolo un vago ricordo di me stessa:
tento di ignorare la distanza (da essa),
di ignorare l’affaccendarsi dell’esistenza e la sua composta desertificazione.


C’è una fenditura che separa il vivo dal sopravvissuto,
chi sopraggiunge dal fondo del burrone, da chi non conosce lo spazio.
Una profonda spaccatura,  ma nello stesso luogo.
Escogita ciò che le somiglia, ma nel compromesso.
Ciò che dalle sue pareti vi si è sgretolato giace,
compianto e irriconoscibile, nel letto di quella voragine. 



Black ink on grey sky, Berlino, novembre 2015.

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