Ferito di
guerra, al mattino mi sveglio
e investo la mia speranza nel pentimento.
Lo filtro con
luci spente, da vetrate bianche ricoperte di calcare
e mi sforzo di ricordare la mia madrepatria
congiungendo le mani,
ma non mi
sovviene nessun luogo, meglio forse morir di fame.
Prego così le
mie membra, le cui ipostasi sono un solo dio.
Adempio agli
oneri di una vita che ho sfilata,
come il
cotone dalla sua cruna.
Una canicola di operai lavora mentre io,
affaccendata a perdere la memoria di ciò che
non sono,
mi ridesto nella polvere che corrode le loro
povere mani
e mi imbarazzo
d’esser viva.
Allora sento che esser morti è forse meglio che
esser qui,
poiché nel
ricordo, almeno, vi si insidia una vacua
mestizia.
Le lusinghe
solo ad una tavola imbastita male:
sulla destra
le posate, a sinistra un compagno scanzonato
beve vino
scadente, compiange un’atea per la sua innaturale sobrietà.
Mi servo di
uno specchio per vedere chi io sono:
mi amareggio
del mio impalpabile aspetto.
Scrivendo
articolo un vago ricordo di me stessa:
tento di
ignorare la distanza (da essa),
di ignorare
l’affaccendarsi dell’esistenza e la sua composta desertificazione.
C’è una
fenditura che separa il vivo dal sopravvissuto,
chi
sopraggiunge dal fondo del burrone, da chi non conosce lo spazio.
Una profonda
spaccatura, ma nello stesso luogo.
Escogita ciò
che le somiglia, ma nel compromesso.
Ciò che
dalle sue pareti vi si è sgretolato giace,

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