La mia vita è come un ex, o è una sostanza bifasica.
Mi trovo periodicamente costretta a cancellare tutto, a
gettare ombre dal balcone, ricordi, sentimenti. Non rimane più niente, se non la
granulosa sensazione di aver sgretolato qualcosa.
E odio terribilmente tutto
ciò che le pertiene, tutto ciò che mi riguarda. È sempre la possibilità
sbagliata, se tale, ad essere realizzata. Sento infine di dover smettere tutto
questo, la necessità di bloccare il flusso del trascorrimento immobile della
mia esistenza, saturo, soggetto ad un’infezione cronica.
La mia vita è una sostanza bifasica, che si presenta sempre
separata dal suo altro elemento. Si può mescolare, ma dopo alcuni secondi
tornerà a galleggiare, o a giacere sul fondo di un bicchiere. Non appartiene ad
altro che alla sua denominazione fisica e non possiede altro se non un nome. Un’etichetta
che la costringe ad essere sempre, imperturbabilmente, eterogenea. È talmente
costretta entro la sua limitazione da ricettario chimico che non riesce nemmeno
a far trapassare un sospiro. È come se avesse un muro davanti, e la sua eco
rimbombasse per qualche secondo, ma rimbalzando come un pallone sgonfio.
Non c’è mai stato nessuno sulla sedia accanto, in sala d’attesa.
La parvenza, spesso innocua e reticente, di trascinarmi in
qualcosa di vivo, si è adeguatamente rivelata, senza troppi complimenti, un
brioso tête-à-tête tra
cadaveri.
E ammetto con sincerità di biasimare costantemente il suo
profilo libertario, il tentativo di aggrapparsi a parvenze di possibilità, il
miglioramento, lo scuotimento. Ma a causa di questo tanto lodevole tentativo di
movimento, percepisco solo una forte sensazione di vomito.
Un patetico alone patinato, no?
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